Ci sono date che i tifosi non dimenticano. Ci sono giorni in cui tre minuti possono durare un’eternità e scrivere la storia. È il 27 marzo 1983, in 142 secondi il Torino trasforma il centesimo derby della Mole in serie A in un pezzo della leggenda del cuore granata.

L’andata – All’andata Platini ha deciso il primo derby che ha giocato in bianconero. Il Toro non perdeva da tre mesi, ma la Juve ha impostato una partita ad altissimo ritmo, ha piazzato Brio e Gentile a imbrigliare Borghi e Selvaggi e imposto un ritmo insostenibile con le giocate di Bettega e la spinta di Boniek. La partita si decide al 35’. Corner di Gentile che tocca corto per Rossi, riceve e crossa basso per Tardelli. Terraneo respinge la conclusione forte ma centrale, Galbiati e Dossena non riescono ad allontanare e Le Roi la mette di prepotenza sotto la traversa. “Un bel derby, equilibrato. Bene Rossi e Brio” commenta Gianni Agnelli, cappotto scuro, pullover grigio chiaro, foulard annodato alla perfezione. “Ma Platini è di un altro mondo. Eccezionale. Non mi sembra il caso di aggiungere altro”.

Il derby 100 – Il ritorno è fissato per domenica 27 marzo, la domenica delle Palme. È il derby di Torino numero 100 in serie A. La storia delle sfide dotto la Mole, in realtà, è iniziata molto prima della Carta di Viareggio e del girone unico. La prima si è giocata nel 1907, e le cronache raccontano che lo svizzero Alfred Dick primo presidente bianconero diventato poi maggior finanziatore dei granata, sia stato chiuso a chiave negli spogliatoi e costretto a intuire l’andamento della partita dalle voci, dalle urla e dalle esultanze del pubblico sugli spalti. In quel marzo del 1983, mentre Reagan gioca l’ultima grande partita della guerra fredda con Andropov per la crisi degli Euromissili, la Juventus si gioca le speranze scudetto con la Roma di Liedholm, impegnata a Firenze. “Sarà più dura in coppa, contro il Widzew Lodz” promette Boniek, che già pensa all’andata della semifinale di Coppa Campioni del 6 aprile (i bianconeri vinceranno 2-0, il resto è storia). Sarà l’ultimo derby per Bettega, che finirà la carriera in Canada. “Vorrei salutare con un gol” annuncia. Non ci riuscirà, ma dopo un’ora la Juventus si sta, e gli sta, regalando una vittoria tranquilla per continuare a pensare di salutare con il tricolore. Rossi apre, anche per un errore della difesa granata. “In quell’occasione siamo stati ingenui” spiega il portiere Terraneo, “Van de Korput ha passato indietro la palla senza accorgersi che alle sue spalle era piazzato Rossi, ti quale In pratica mi ha fatto passare la palla tra le gambe”. Platini raddoppia su rigore, che batte per il rifiuto di Pablito. Brio fa fatica a scattare, ma Trapattoni non lo cambia. “Prima della partita ha fatto un1nftltraztone ed era in grado di giocare. Soltanto negli ultimi dodici minuti zoppicava e dargli ti cambio sarebbe servito a niente” spiega. A fine primo tempo, Giampiero Boniperti lascia il Comunale. A casa telefona all'Avvocato e non può credere a quanto successo.

Esaltante – 220 secondi totali, 124 effettivi. Tanto basta al Torino di Bersellini per riscrivere il finale di partita e la storia del campionato. E ha ragione Renato Zaccarelli quando spiega: “Dire 3 gol in 5 minuti non rende l'idea. Bisogna pensare: gol, palla a loro, la riprendiamo, gol, palla a loro, la riprendiamo, gol”. Bersellini l’aveva spiegato ai suoi, la Juve ha la tendenza a rallentare un po’ nei secondi tempi. “Sul 2-0 è scattato dentro qualcosa, la squadra si è sbloccata producendo una mezz'ora di gioco bellissimo, direi ottimale” spiega Bersellini. E fa entusiasmare anche l’arbitro, Concetto Lo Bello. “Mi sono divertito da morire perché la partita è stata molto bella, addirittura esaltante”

La rimonta – La storia inizia al minuto 25 della ripresa. Galbiati ruba palla a Scirea, si invola e crossa per Dossena, il migliore in campo: colpo di testa chirurgico e 2-1. “Erano sicuri di sbranarci” dirà, “non conoscevano il cuore del Toro. Dopo la rete, Bersellini si alza e urla il suo pronostico. “È vero, ho detto che avremmo vinto la partita. Lo sentivo, lo capivo da come la squadra aveva incominciato a muoversi sul campo e per come era stato scacciato ogni timore”. Due minuti e il Toro pareggia. È proprio Dossena a anciare il contropiede. Apre a sinistra per Beruatto, altro centro in mezzo, Alessandro Bonesso anticipa Brio, che gioca solo grazie alle infiltrazioni del professor Pizzetti per alleviare la pubalgia, e pareggia. Trapattoni è furioso, perché la sua squadra si è distratta, e perché ha preso gol da quel suo concittadino, di Cusano Milanino pure lui, che aveva segnato anche nel derby dell’anno prima. “Sono "nato" al Filadelfia” dirà, “a 14 anni passai dal Cusano alle giovanili del Toro. Vissi subito da raccattapalle lo scudetto del '75-76, a 17 anni esordii con Radice. Ho trascorso i momenti migliori del dopo-Superga a Torino”. Nella stagione precedente, “a 20 anni, ne avevo fatti 8 di gol. Ma tutti ricordano solo quello alla Juventus. E tra l’altro a loro facevo sempre gol anche nelle giovanili”.

Il trionfo – Il Toro non si ferma più. Minuto 30 della ripresa. Zaccarelli vede libero Van de Korput, primo straniero arrivato dopo la riapertura delle frontiere, nel 1980, con quel cognome che di presta a facili ironie cui nemmeno l’Unità si sottrae: “Sembra la reclamé di un lassativo”. Un “proletario Toro-compatibile”, scrive Sebastiano Vernazza della Gazzetta dello Sport, figlio di un operaio metallurgico con il diploma di perito meccanico, arrivato con la fama di di erede di Ruud Krol. Ha superato una falsa partenza, l’autorete contro i belgi del Molenbeek al primo turno di Coppa Uefa, ha giocato con dignità per tre anni in quasi tutti i ruoli della difesa, stopper, terzino, mediano. Ma quel giorno ha scritto la pagina più importante della sua carriera in granata. Ha centrato un cross perfetto per Fortunato Torrisi, che da piccolo tifava per la Roma e con quel gol aiuterà non poco lo scudetto dei giallorossi, fermati sul 2-2 a Firenze. Torrisi, che abita in una mansarda a piazza Vittorio e dipinge quadri, naif come Gigi Meroni morto proprio alla vigilia di un derby, dopo la profezia, completamente avverata, della tripletta dell’amico Combin, è adorato dalla Maratona. “All'andata avevamo perso male” spiegherà, “qualche juventino aveva infierito. Invece della vendetta ci siamo trovati sotto di 2 gol, con Tardelli e Cabrini che si sorridevano sicuri di aver già vinto. Recupero palla in difesa, salgo, mi butto sul cross di Van de Korput, e colpisco al volo: se non avesse picchiato terra, Zoff ci sarebbe arrivato. Ringrazio Bersellini che mi sostituì: vedere quel Toro scatenato da fuori è stato uno spettacolo. Non si era fermato, cercava il 4-2. Dal campo non avevo avuto la giusta percezione di tanto furore. Quel gol mi ha segnato la vita”. Zoff, che aveva resistito per un’eternità al più bel Brasile nella storia del calcio, si inchina per tre volte in tre minuti al Torino di Dossena, Van de Korput e Fortunato, e di un direttore generale che poi farà la storia della Juventus, Luciano Moggi. “Si è spenta la luce e nessuno riusciva a trovare l’interruttore” commenta Gentile. Chi non era alla partita pensava che il radiocronista stesse prendendo un abbaglio perché la Juventus con gli uomini di cui dispone, con la sua grande esperienza, non può lasciarsi Infilzare in quel modo dal Toro”. Ma il derby, come insegna Bersellini, “non si vince alla lavagna, si vince in campo”. E in campo il pesce piccolo può ancora mangiare il pesce grande: è il bello del calcio e della vita.