Sergio Pellissier, bandiera del Chievo Verona e uno dei pochi calciatori fedeli alla maglia indossata, è riuscito a suscitare rispetto e simpatia (quella che per i greci era la condivisione delle emozioni) per l'orgoglio mostrato in campo da veterano che, nel momento peggiore, non abbandona la nave e ci resta sopra a costo di affondare. Figura epica, di quelle che regalano scarica di adrenalina e pensieri ultras (anche questo nell'accezione classica non da curva). Bella anche l'immagine del papà calciatore che sulla soglia dei 40 anni racconta sé stesso, il rettangolo verde, il gioco e l'avventura, al figlioletto raccattapalle. Che tenerezza, davvero.

La sequenza videoclip dovrebbe fermarsi qui, sui titoli di coda, e la colonna sonora accompagnare il finale per mano come si fa coi bimbi quando li metti a letto e fai loro una carezza mentre si addormentano. Invece, no. Succede che Pellissier, intervenuto alla trasmissione "Un giorno da Pecora" su Rai Radio 1, sveste i panni del giocatore, dimentica Ventura, l'ultimo posto in classifica, la penalizzazione, il calendario e gli avversari, la salvezza che è come trovarsi ai piedi dell'Everest e straparla.

Mussolini? Ha fatto tante cose belle ma anche tante davvero brutte – ha ammesso -. Ha bonificato, ha costruito tante strade e ha creato tante cose importanti per l'Italia. E poi ci sono quelle brutte, disastrose, come l'alleanza coi nazisti.

Riflessione tanto ironica quanto cattiva: cosa ti aspetti da uno che è abituato a ‘pensare coi piedi'? Stai a vedere che lui, Pellissier, è il cow-boy fuorilegge appassionato lettore di Hegel che fa da arbitro nella partita tra socialisti e comunisti raccontata da Soriano? Ci pensi un attimo, scuoti la testa e quella pazza idea va via subito. No, non è possibile… eppure l'attaccante del Chievo si spinge anche oltre ‘i treni che arrivavano in orario quando c'era lui', parla di Matteo Salvini e spiega la propria idea di ‘compromesso storico' made in Guareschi (con Peppone e Don Camillo a fare la guerra al mattino e la pace alla sera) di cui oggi avrebbe bisogno l'Italia per ripartire, rialzarsi, tornare la nazione del nuovo miracolo economico.

In questo momento dopo che Salvini ha detto alcune cose, anche un po' pesanti, ha avuto una forte risonanza. Sarei più di destra che di sinistra ma se si vuole portare l'Italia a uscire dalle problematiche bisogna lavorare di squadra. Se uno di destra o di sinistra dice una cosa intelligente e sensata, che fa il bene dell'Italia, non bisogna andargli contro a prescindere, per forza. E' inutile schierarsi ormai: bisogna prendere tutte le cose positive della destra e della sinistra e forse l'Italia potrebbe anche uscire dai problemi odierni. Sono ancora vecchio stampo, credo ancora in Don Camillo e Peppone.

Tutto chiaro, no? C'è spazio anche per un commento calcistico, campo nel quale ha sicuramente maggiore competenza rispetto a pensieri sulla Res Publica e riflessioni socio politiche a buon mercato. In trasmissione gli chiedono degli attaccanti italiani che faticano a trovare spazio, dei giovani che non sono abbastanza valorizzati e dei club che spesso preferiscono l'usato garantito e il grande nome rispetto al ragazzo che ha solo bisogno di fiducia e prospettiva. Un esempio? La volontà da parte del Milan di riportare a San Siro e in Serie A Zlatan Ibrahimovic.

E' un grandissimo giocatore ma potrebbe andare a occupare lo spazio di un giovane come Cutrone che ha fatto bene – ha concluso Pellissier -, e che coll'arrivo di Ibra potrebbe trovare meno spazio. Da questo punto di vista potrebbe esser anche un danno per il Milan.

Pensare coi piedi, a Pellissier (almeno in quest'ultima considerazione) è riuscito bene. A patto, però, che non esca dal perimetro del rettangolo verde dove abbiamo imparato ad apprezzarlo per il coraggio. Titoli di coda. E stop.