La partita di Antonio Conte contro l’Atalanta ha sempre un sapore particolare per il tecnico leccese. E quella che andrà in scena questa sera a San Siro tra la sua Inter e la Dea di Gian Piero Gasperini non sembra fare eccezione. Anzi, questa volta la gara contro i bergamaschi rappresenta una vera e propria prova di maturità per il nuovo progetto tecnico dell’allenatore nerazzurro.

A Bergamo l’unico flop da allenatore di Antonio Conte

L’Atalanta infatti rappresenta l’unica “macchia” nella carriera quasi perfetta da allenatore di Antonio Conte. Sulla panchina orobica è difatti arrivato l’unico “fallimento” da tecnico dell’ex capitano della Juventus. Se è vero che anche l’esperienza inglese alla guida del Chelsea si è conclusa con un esonero, è vero anche che ciò è avvenuto dopo due stagioni in cui il classe ‘69 ha portato i Blues al successo in Premier League e in FA Cup. L’unico vero flop della carriera di Antonio Conte resta dunque quello all’Atalanta nella stagione 2009/2010 quando, subentrato ad Angelo Gregucci, non riuscì ad invertire la rotta e decise di dimettersi dopo la 18a giornata. Un intoppo che lo costrinse a ripartire nuovamente dalla Serie B con il Siena per dare un nuovo slancio ad una carriera che lo vedrà poi trionfare con la Juventus e il Chelsea, e condurre un ottimo Europeo alla guida dell’Italia nel ruolo di commissario tecnico.

I 108 giorni orobici di Conte

Un’esperienza, quella alla Dea, durata soltanto 108 giorni, dal 21 settembre 2009 al 7 gennaio 2010 (3 vittorie, 4 pareggi e 7 sconfitte in 14 gare), minuziosamente raccontata dallo stesso Antonio Conte nella sua autobiografia “Testa, Cuore e Gambe” uscita nel maggio del 2013. Una scelta, quella di approdare a Bergamo, iniziata con i migliori propositi: «L'avventura mi affascina, l'Atalanta è una società seria: ha un grande settore giovanile, un centro sportivo organizzato, ed è tutto a mia disposizione, posso gestire le cose come ritengo opportuno», si legge nell’autobiografia.

Lo scontro con l’idolo Cristiano Doni

Furono poi i dissidi con il capitano e idolo dei tifosi Cristiano Doni a deteriorare i rapporti con l’ambiente e portare alle dimissioni del tecnico. In particolare il leccese racconta di ciò che è successo al termine della partita persa a Livorno: «Mentre esce dal campo io non lo guardo, ma mi dicono che abbia applaudito ironicamente la mia decisione e detto: "Complimenti per la sostituzione". Per me la storia finisce lì» scrive Conte. Al rientro negli spogliatoi però il nervosissimo Doni tira un pugno alla porta. «Io mi giro e dò un pugno alla porta a mia volta – prosegue nel racconto l'ex numero otto bianconero -. Come lui. E aggiungo: "Guarda che i cazzotti li sappiamo dare tutti". Lui si avvicina verso di me con il chiaro intento di cercare uno scontro. "Credi di farmi paura?", grida facendosi largo tra i compagni che cercano di trattenerlo. "E tu credi di intimorirmi con questi gesti?", replico senza problemi. I dirigenti e i giocatori si mettono in mezzo per riportare la calma».

Le dimissioni dopo il faccia a faccia furibondo con gli ultrà

È qui che la situazione diventa ingestibile per Antonio Conte che vede anche la famiglia Ruggeri, proprietaria della società, schierarsi apertamente dalla parte del calciatore: «Ruggeri cambia atteggiamento. "Non ti preoccupare, ci salveremo. Ma Doni non possiamo cederlo, altrimenti ci mettiamo contro l'intera piazza"» racconta sempre l’attuale tecnico dell’Inter da lì a poco presenterà le sue dimissioni, accettate dalla famiglia Ruggeri, andandosene rinunciando anche alla buonuscita. Non basta, perché l'epilogo vero e proprio venne sancito dalla lite furibonda anche con gli ultras della Curva, scandita dalle immagini del tecnico che urla nei pressi della vetrata verso i tifosi e poi quasi viene a contatto con loro nel dopo gara quando viene bloccato da cinque poliziotti che riescono a stento a trattenerlo.

La Dea come prova del nove per l’Inter di Conte

Quella che si troverà questa sera di fronte Antonio Conte è completamente un’altra Atalanta (l’anno successivo infatti fu acquistata dalla famiglia Percassi che darà vita ad un nuova strategia aziendale che in dieci anni porterà la Dea dalla Serie B alla Champions League) con pochissimi punti di contatto rispetto a quella che ha conosciuto in quei 108 giorni a cavallo tra il 2009 e il 2010, che, come detto, ad oggi risulta essere l’unica vera esperienza negativa nella carriera da allenatore del 50enne leccese, ma è proprio per questo, che per lui la sfida con la formazione orobica non sarà mai una partita come le altre.

Una sfida, quella che andrà in scena questa sera a San Siro, che, oltre a chance di riscatto, si propone anche come serissimo banco di prova per l’attuale progetto tecnico di Antonio Conte e misurare le reali ambizioni dell’Inter. I nerazzurri si troveranno infatti di fronte la formazione più in forma, il miglior attacco nonché la squadra più “europea” della Serie A, non potendo permettersi passi falsi (soprattutto in casa) per non concedere vantaggi alla rivale Juventus nel duello testa a testa in vetta alla classifica. Al contrario un convincente successo contro gli uomini di Gasperini alimenterebbe ulteriormente l’entusiasmo tra i meneghini che così spazzerebbero via una volta per tutte i fantasmi di un possibile calo di rendimento da qui a fine torneo.