Se si legge il libro di Fabrizio Gabrielli, “Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale”, ci si rende conto che il rapporto difficile per adesso definibile come leggermente rumoroso fra Cristiano Ronaldo e Maurizio Sarri può essere solo all’inizio. CR7 non è un calciatore come gli altri, lo sa e vuole che tutti si adeguino, senza nasconderlo. Sarri ha mostrato come sa gestire campioni del calibro di Hazard, per dirne uno, e quindi può dare quel focus che Cristiano Ronaldo vuole e merita rispetto alla squadra. Il problema però non è lì. Quello che preoccupa è quanto Cristiano Ronaldo davvero vuole seguire Sarri.

Gabrielli nel libro scrive che il portoghese negli spogliatoi del Real Madrid chiamava Rafa Benitez “El Diez”, sfottendolo spregiativamente e sottolineando quello che per lui era il suo grande difetto: il non essere stato un grande campione. Altro allenatore con cui ha avuto tanti problemi è stato José Mourinho, altro “dilettante” – ma sicuramente più speciale – rispetto alla grandezza calcistica di uno Zidane invece ammirato e seguito.

Ecco il punto caldo. Cristiano Ronaldo accetta autorevolezza solo da chi ha provato quello che prova lui in quel momento e, ancora meglio, solo da colui che è arrivato ad essere un grande campione, sforzando fisico e mente fino ai limiti, come lui ha fatto da Madeira in poi. Fino ad oggi non ha mai accettato un’autorevolezza che viene dallo studio e dalla scrivania, oltre che dalle migliaia di panchine. Solo chi ha coltivato il talento calcistico con la determinazione più assoluta può parlare e guidarlo, gli altri non esistono.

Posta così la cosa sembra a dir poco bollente, ma c’è la Juve dietro questo connubio e la Juve sapeva a cosa sarebbe andata incontro. Una società come la Juventus riesce sempre a darti la giusta importanza, senza mai mettere ego sfavillanti a tirare le fila dell’intero sistema. Molto probabile che la scelta di Sarri sia stata voluta da Cristiano Ronaldo, perché lui stesso sa che per vincere in Europa bisogna giocare un calcio alla pari dei grandi club europei, un calcio offensivo, sfrontato, ad alto ritmo, ricco di movimenti mandati a memoria in cui innestare talento e fantasia. Gli allenatori che potevano portare in breve tempo alla Juve questo calcio erano pochi ed uno di questi era Maurizio Sarri. CR7 lo sa e ne ha appoggiato la scelta, per non finire mai più la Champions League con quel gesto rivolto alla panchina di Allegri che sottolineava il poco coraggio messo in campo.

Ma adesso c’è il dover stare insieme e creare equilibri nuovi, sia per Sarri, il cui ego si nutre della forza delle idee messe in pratica in tanti anni di proiezioni mentali che sono diventate carne da gioco, sia per Cristiano Ronaldo, che si nutre del piacere che fagocita anche dagli altri, per cui il voler essere l’eroe a tutti i costi è una necessità psicologica, oltre che di marketing.

Ed ecco forse il nodo più complesso da sciogliere. Cristiano Ronaldo è un’azienda a sé stante e Sarri, ma anche la Juve stessa, è la prima volta che si rapporta con un’altra azienda al pari della sua. Qui non si parla più soltanto di equilibri di spogliatoio e comunanza sportiva d’intenti, qui parliamo dell’importanza di un brand di restare top of mind nella testa degli appassionati e di marketing d'esperienza, secondo il quale una cosa è vedere una partita, un’altra è vivere l’esperienza Cristiano Ronaldo in campo (con relativo acquisto conseguente del brand CR7). Una partita della Juve non può non essere che prima di tutto una partita di Cristiano Ronaldo. Lo sanno alla Juve, ma sono consci che per vincere bisognava ingoiare questo boccone.

Siamo ad un livello così estraneo al calcio puro da dover ridefinire strategie di organizzazione interna e costruire nuovi bilanciamenti calciatore-allenatore-ambiente, per evitare che un piccolo terremoto crei crepe disastrose. Siamo solo all’inizio del viaggio, che si prospetta almeno affascinante.