Rogers giocherà coi Galaxy, primo gay in Mls

Robbie Rogers non è un eroe, nemmeno un'icona. E' uno sportivo, calciatore professionista, ex centrocampista della nazionale statunitense, che a 26 anni (nonostante meditasse il ritiro dopo aver fatto outing) continuerà a giocare nella Major League americana in forza ai Los Angeles Galaxy. E il fatto che pochi mesi fa abbia dichiarato la propria omosessualità non fa di lui una ‘mosca bianca'. Si fa presto, però, in un mondo spesso autoreferenziale e avvitato su se stesso come lo sport (il calcio in particolare), a confondere l'elogio della normalità con le malcelate opinioni sui tabù che rimbalzano nel chiuso dello spogliatoio come nella vita quotidiana. Non è questione di spazio fisico, ma di mentalità: ci si può sentire imprigionati anche in mezzo a una prateria. "Per 25 anni ho avuto paura, paura di mostrare chi ero veramente, paura dei giudizi e dell'eventuale rifiuto da parte di chi mi amava – affermò lo scorso 13 febbraio, quando sembrava volesse ritirarsi -. Il calcio era la mia fuga, il mio obiettivo, la mia identità e mi ha dato più gioia di quanto potessi sperare. Ma è il momento di andare via e di riscoprire me stesso lontano da questo mondo". Ha cambiato idea e ha fatto bene: i silenzi troppo duri da raccontare sono peggio dei sogni in bianco e nero, affossati in un cassetto. Il portiere danese del Manchester United, Anders Lindegaard, aveva riacceso il dibattito su calcio e omofobia scrivendo sul suo blog che "al calcio serve un eroe gay, gli omosessuali hanno bisogno di questo, i tifosi sono legati a modelli antichi e rozzi. Il football è rimasto indietro, mentre il resto del mondo è progredito". Parole ad alto impatto emotivo: non eroismo, ma elogio della normalità. Questione di sfumature.