"Non c'era calcio senza radio". Il modo migliore per sintetizzare quel che è stato ‘Tutto il calcio minuto per minuto‘, a 60 anni dalla prima trasmissione del 10 gennaio 1960, l'ha trovato Riccardo Cucchi. E non a caso. Per oltre 20 anni ha ricoperto il ruolo di prima voce della trasmissione di Radio RAI, seguita e amata da generazioni di italiani. Da quando la radio era l'unico strumento per seguire le partite di calcio fino alla feroce concorrenza dei nostri giorni: tv, internet, smartphone, streaming, una giungla nella quale ‘Tutto il calcio' ha saputo resistere e ritagliarsi il proprio posto.

‘Tutto il calcio minuto per minuto' è il simbolo di una passione popolare che affonda le radici in molteplici ambiti. E' un pezzo di storia del nostro calcio, per decenni vissuto con l'orecchio attaccato alla radiolina. Ha rappresentato, a lungo, un vero e proprio rito domenicale per milioni di appassionati, un potente aggregatore sociale. E', ancora oggi, un modo diverso di vivere le emozioni dello sport. Per certi versi magico: "La radio offre le immagini alla fantasia di chi è all'ascolto", racconta Cucchi a Fanpage.it.

Nella sua ultima radiocronaca definitiva ‘Tutto il calcio' "un gioiello".
"Per me è stato un modello di vita. Io ne sono stato prima di tutto un ascoltatore, da bambino grazie alle quelle voci mi sono innamorato del calcio e della radio. Poi da professionista ho avuto il privilegio di far parte di questa straordinaria squadra, cominciando quando c'erano ancora Ameri e Ciotti. E' una trasmissione fatta da squadra, dove ognuno ha la sua qualità e la mette a disposizione degli ascoltatori".

Il mondo è cambiato, il calcio anche. Tv, internet, streaming. Eppure ‘Tutto il calcio' è ancora lì.
"A volte quando racconto aneddoti vedo sorpresa negli occhi dei più giovani. In ‘Tutto il calcio' i primi tempi non sono stati trasmessi fino agli anni '80. All'epoca si temeva che la trasmissione integrale di tutte le partite fosse pericolosa per la presenza del pubblico negli stadi, che la gente fosse incoraggiata a rimanere a casa ad ascoltare la radio anziché andare allo stadio. Parliamo di anni in cui ‘Tutto il calcio' aveva tra i 20 e i 25 milioni di ascoltatori, cifre da capogiro. Chi ha vissuto quegli anni, come me, ha messo in sintonia calcio e la radio. Non c'era calcio senza radio. Oggi ci sono mille fonti di informazione. Sono modi diversi di vivere il calcio. A me appare più romantica l'epoca nella quale ho vissuto, ma meglio avere tanti strumenti a disposizione per poter scegliere anziché averne uno solo".

Eravate gli unici a raccontare il calcio, ora siete in tanti. E' cambiato qualcosa in questo passaggio?
"La fortuna di ‘Tutto il calcio' è stata quella di avere radiocronisti bravi nelle varie epoche in cui hanno lavorato. Carosio era perfetto per gli anni in cui ha raccontato il calcio, dai '30 in poi. Ameri ha inventato la radiocronaca moderna dagli anni '60: ritmo, passione, partecipazione. Poi è toccato a noi, che ci siamo adeguati al cambiamento del calcio. Oggi c'è un'altra generazione al microfono: hanno assorbito quello che abbiamo fatto noi e hanno fatto i conti con quello che è successo fuori dalla RAI, con i colleghi bravissimi di Sky, Mediaset e anche delle radio private. Oggi c'è un mix fedele al cambiamento dei tempi".

Ha nominato dei mostri sacri del giornalismo sportivo. Eppure da ‘Tutto il calcio' non si è mai percepito protagonismo.
"E' la ragione per cui ho scelto la radio. La radio non ha immagini, le offre alla fantasia di chi è all'ascolto. Per questo un radiocronista deve essere bravo, non può permettersi pause, il suo nemico principale è il silenzio, deve avere un lessico ampio. Il radiocronista non sarà mai il protagonista ma un intermediario tra chi ascolta e l'evento che sta raccontando. Senza immagine è più facile essere se stessi. Per questo non esiste il personaggio radiofonico. Chi fa radio è la voce amica di chi è all'ascolto".

Il segno dei tempi sono le radiocronache postate su Youtube, vecchio e nuovo insieme.
"Non lo amo molto, sinceramente. Ma capisco lo spirito con cui molte persone vogliono aggiungere le immagini alle voci dei radiocronisti e mi fa molto piacere che ci sia ancora questa simpatia. Il fascino della radiocronaca viene un po' sminuito dall'immagine. La radio non ha bisogno di immagini, ma solo della fantasia di chi ascolta".

La radio ha avuto un ruolo sociale che oggi, nell'era dei social, fatica ad avere?
"I social sono molto vicini all'idea di radio. La radio è un mezzo antico, ha più di 90 anni, ma non è vecchio. Ha sempre avuto l'intelligenza di capire che la gente va coinvolta. La partecipazione ai programmi radiofonici risale agli anni '50, quando ancora non c'era la tv ma in radio già si parlava al telefono con gli ascoltatori. I social accompagnano il racconto della partita, sono utili. Per noi giornalisti tra l'altro sono una bella scommessa: in passato eravamo relegati in una torre d'avorio, lontani dalla gente, senza sapere cosa avveniva in mezzo alle persone. Oggi i social ci fanno capire cosa succede".

60 anni di ‘Tutto il calcio', tanti con Riccardo Cucchi. I tre momenti più belli che ha commentato in radio.
"La finale mondiale del 2006, poter gridare ‘Campioni del mondo'. E' il sogno di ogni radiocronista e ancora oggi mi meraviglio a pensare alla sorte che ho avuto. E' stata la più grande emozione della mia vita. Al di fuori del calcio, le Olimpiadi. C'è una medaglia a cui sono molto legato ed è quella di Gelindo Bordin a Seul 1988, il primo oro nella maratona per un italiano. E poi, l'ho confessato: nel 2000 quando la Lazio mi regalò – da laziale, senza che nessuno lo sapesse – la soddisfazione di raccontare lo Scudetto. Non avevo svelato la mia fede prima della fine della carriera perché per me era fondamentale il rispetto di chi mi ascoltava. Io ho sentito miei tutti gli scudetti che ho raccontato, anche quello della Roma, perché ho partecipato a quella gioia".

E il momento che avrebbe voluto raccontare?
"Nel 1908 un altro italiano, Dorando Pietri, arrivò primo sul traguardo della maratona alle Olimpiadi di Londra, ma quella medaglia gli fu tolta perché arrivò talmente stanco che due giudici si commossero al punto di sostenerlo per le braccia mentre percorreva gli ultimi metri. Fu squalificato, messo all'ultimo posto, e mi sarebbe piaciuto raccontare quel dramma sportivo. In quella storia c'è l'essenza dello sport: la vittoria, la sconfitta, la sofferenza, il sacrificio".

Esiste ancora, tra i giovani, l'aspirazione a diventare radiocronista?
"Ho la percezione che ci sia. Mi capita di frequentare università, scuole di giornalismo, di raccontare la storia di questo lavoro, e vedo sempre persone molto attente. Forse non c'è lo stesso desiderio che animava la mia generazione, perché oggi esistono altri modelli, ma il fascino della radio resta intatto. La radio è la casa della parola e spero ci sia questa voglia da parte dei giovani: far rinascere l'importanza della parola".

Il futuro di ‘Tutto il calcio': possibile un cambio di format?
"‘Tutto il calcio' nasce dall'idea di raccontare in contemporanea più partite di calcio. Oggi si gioca dal venerdì al lunedì e poco in contemporanea: ‘Tutto il calcio' in questo senso ha pagato un prezzo, ma la gente continua ad ascoltare la radio anche quando racconta una sola partita. L'ipotesi di un calcio senza più partite in contemporanea metterebbe fine a ‘Tutto il calcio' nella sua forma originale. Ma si potrebbe riprodurre un ‘Tutto il calcio' giornata per giornata o partita per partita, perché la radio continuerà a raccontare tutte le partite".

Come si immagina il 10 gennaio 2060, centenario di ‘Tutto il calcio'?
"Innanzitutto spero di esserci, ma mi pare un po' complicato (ride, ndr). Mi auguro che fino a quel giorno ‘Tutto il calcio' resista, ma ancor prima mi auguro che resista il calcio. Come dissi nella mia ultima radiocronaca: finché esisterà la passione della gente, esisterà il calcio. E finché esisterà il calcio, esisterà la radio. Spero che questa passione, in futuro, non venga minata da un eccesso di affarismo".