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Raiola rivela: “La madre di Lukaku girava col certificato di nascita del figlio”

Nel calcio c’è “discriminazione consapevole”. Così l’agente di molti giocatori, Mino Raiola, racconta come atleti di colore ricevano sempre un trattamento diverso. “A 12 anni Lukaku segnava già tanto ma gli altri genitori non credevano avesse quell’età”.
A cura di Maurizio De Santis
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Discriminazione consapevole. Così Mino Raiola chiama quella che definisce una sorta di differenza di trattamento nei confronti dei giocatori di colore. Il tema è molto caldo: quanto accaduto a Roma, nella Curva dei tifosi laziali, ha di nuovo spostato l'attenzione su questo lato oscuro del calcio. Il razzismo negli stadi c'è e non è solo questione di cori o di ignoranza ma di un fattore culturale che si riverbera all'interno di un impianto come nella vita di tutti i giorni ma con più rumore. Nell'intervista concessa al quotidiano olandese ‘Expressen' l'agente torna sull'argomento e aggiunge un altro elemento alla discussione, l'approccio nei confronti dei calciatori di colore. Tra i suoi assistiti ce ne sono molti, uno degli ultimi e più in vista è Romelu Lukaku, attuale attaccante del Manchester United.

Per Lukaku i problemi non sono mai mancati – ha ammesso Mino Raiola nel raccontare un retroscena della carriera -. Un giorno la madre mi disse che a ogni partita doveva portare sempre con sé il certificato di nascita del figlio. Poiché Romelu aveva una struttura fisica diversa, nessuno degli altri genitori credeva avesse 12-13 anni. E quando riusciva a fare anche tanti gol in una sola partita aumentava il sospetto.

Il colore della pelle. Non è certo la prima volta che Raiola si trova a fare i conti con questioni del genere: anche nel calcio c'è una discriminazione scandita dal colore della pelle come dalla stupidità di chi attribuisce valore a queste cose. "Il calcio è lo sport più democratico in assoluto – ha aggiunto il procuratore – ma c'è discriminazione anche in questa disciplina. Io la definisco ‘consapevole' perché i calciatori di colore ricevono sempre un certo tipo di trattamento. Mi domandano sempre: ‘Mino, questo giocatore è come Pogba, Balotelli e Lukaku?', mai ‘Somiglia a Ibrahimovic o Beckham?'. Cosa voglio dire? Che per i giocatori di colore c'è sempre un riferimento a parte".

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