Pogba fa grande una ‘piccola’ Juve in Europa

Non si può pareggiare/quasi perdere in casa contro l'Olympiakos. Non si possono prendere due gol su palla inattiva, di testa, a difesa schierata ma con l'avversario libero di battere a rete. Non si può andare in vantaggio con una magia di Pirlo e poi rovinare tutto. Non si può e il gol del raddoppio dei greci ha avuto l'effetto d'un elettroshock per la Juventus: Llorente (con la complicità della carambola palo-portiere) e poi Pogba con una rasoiata a fil di palo spezzano l'incantesimo della Champions che blocca i bianconeri leoni in patria, incapaci di ruggire al di là delle Alpi. Una reazione d'orgoglio, da grande squadra che serra le fila nel momento di difficoltà e tiene i nervi saldi. Due minuti spacca-cuore, spacca-partita, spacca-emozioni. Due minuti per lasciarsi alle spalle le perplessità scaturite dall'ennesima prestazione ‘double face' in Europa, come dottor Jekyll e mister Hyde. Questione d'identità che, da Conte ad Allegri, i bianconeri faticano a trovare nelle Coppe, quando l'intensità agonistica e il livello di competitività sale di giri anche contro un ‘modesto' avversario. La Juve fatica e rischia. Ansima e tiene botta. Resiste e riparte. Impreca per il rigore sbagliato da Vidal. Soffre e s'aggrappa alle lunghe leve di Paul il francese che sogna il Pallone d'Oro, fresco di rinnovo e meritevole dei 6.5 milioni di euro d'ingaggio che fanno di lui il calciatore più pagato della A davanti a Daniele De Rossi della Roma.
Pogba il ‘parametro' zero che non tradisce le attese e adesso vale tanto oro quanto il suo peso in mediana, la sua straordinaria capacità di essere uomo ovunque: di lotta e di governo, letale dal limite, di carattere e di tecnica, di testa e determinazione, instancabile. E bene hanno fatto Agnelli e Marotta a compiere un sacrificio dal punto di vista economico per trattenere un fuoriclasse che ha davanti ancora ampi margini di crescita, il campione che fa la differenza sempre, soprattutto sul grande palcoscenico internazionale. Questione di attimi. Due minuti, 120 secondi, un brivido che corre lungo la schiena e un pensiero che ronza in testa: la Juventus riuscirà mai a diventare una grande squadra anche in Europa?