L'ultima bandiera di questa stagione, Sergio Pellissier ha deciso di appendere le scarpette al chiodo salutando il calcio, la Serie A e il Chievo Verona, a 40 anni. Proprio nella stagione in cui ha cercato invano di evitare lo scivolone in Serie B, l'attaccante dei Mussi Volanti non scenderà più in campo se non in queste ultime due partite restanti che chiuderanno la stagione 2019/2020.

Il Chievo, in onore ad uno dei giocatori che ha legato il proprio nome alla società veneta ha deciso per parola del presidente Campedelli di onorare il giocatore ritirando la maglia numero 31. Non è la prima volta che un club decide di togliere dalla rosa un numero in particolare, legato a doppio filo a particolari campioni. Non sempre (e solo) per le gesta sportive in campo, altre volte per ricordo e onore di chi è scomparso.

Perché da sempre ritirare un numero dalla propria rosa e non farlo indossare a nessun altro è il massimo segno di rispetto che una società possa conferire ad un giocatore. La maglia è sacra e lo sa chi ha vissuto anche un solo giorno nello spogliatoio di una squadra. Ne sa qualcosa anche Bakayoko (e il fido Kessiè) che l'hanno vilipesa esponendola ai propri tifosi come cimelio di battaglia in quel di un Milan-Lazio per sbeffeggiare Acerbi e venire a loro volta ridicolizzati dalle critiche.

Pellissier è l'ultimo delle bandiere di un calcio sempre meno attacco ai nomi e ai numeri e sempre più propenso ai risultati e agli obiettivi da ottenere in ogni modo. C'è stato il '10' di Maradona (Napoli) o di Baggio (Brescia) , il ‘6' di Franco Baresi (milan) e di Signorini (Genoa)  l’"11″ di Gigi Riva (Cagliari), il ‘4' di Zanetti (Inter), il ‘3' di Paolo Maldini (Milan).

C'è anche lo sfortunato '13' che venne ritirato dal Cagliari e dalla Fiorentina all'indomani della scomparsa di Davide Astori. Lo stesso numero che fu del povero Vittorio Mero (Brescia), vittima di un incidente stradale.