Questa sera contro la Grecia l’Italia di Roberto Mancini scenderà in campo con l’inedita maglia verde disegnata dalla Puma. Un omaggio alla gioventù (tanta ce n’è infatti tra i convocati del ct) e a quel Rinascimento (questo anche il nome dato al nuovo design) periodo d’oro per il nostro Paese e che, simbolicamente, vuole significare riscatto, rinascita e ripartenza (e dopo il fallimento della non qualificazione agli ultimi Mondiali non ci si può augurare altro). Erano queste le intenzioni della Figc e di Puma (che, quale sponsor tecnico, versa circa 18 milioni di euro nelle casse della Federazione), o almeno così si sono giustificati, quando hanno pensato per l’occasione (con una vittoria contro la selezione ellenica arriverebbe la certezza matematica del pass per i prossimi Europei) di replicare una maglia che la nostra Nazionale aveva già indossato in una sola circostanza oltre mezzo secolo fa allo Stadio Olimpico di Roma: 5 dicembre 1954, Italia – Argentina 2-0.

Da Mancini alla Meloni: un verde che dà poca ‘speranza’

Ma in Italia si sa, toccare uno dei simboli che più degli altri hanno unito il popolo italiano in 160 anni di storia, è un azzardo. E dunque, quasi inevitabili, puntualissime sono arrivate le polemiche che, questa volta, non sembrano però così campate in aria. Già lo stesso commissario tecnico Roberto Mancini qualche giorno fa si è schierato dalla parte dei tradizionalisti («La maglia verde? Io sono vintage, preferisco quella azzurra» aveva detto). Gli hanno fatto eco alcune delle più prestigiose testate sportive del Bel Paese: «La Nazionale non è un club, il colore è sacro» scriveva qualche giorno fa il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea De Caro, mentre per Stefano Agresti, direttore di Calciomercato.com si tratta di “un’offesa alla storia del nostro Paese”.

Lo stesso hanno fatto tanti ex calciatori che con la maglia della Nazionale (quella azzurra, ovviamente) hanno regalato grandi gioie agli italiani: sulla prima pagina di TuttoSport di ieri per esempio campeggiava in taglio alto la dichiarazione di Roberto Boninsegna (“La maglia verde, che sacrilegio!”), «Non mi ispira, non dà la giusta grinta per giocare» invece il punto di vista del campione del mondo ‘82 Claudio Gentile. E anche i nostri politici hanno voluto dire la loro in merito: «Ma solo io non capisco il senso di far giocare la Nazionale Italiana di calcio con una maglia verde e senza tricolore sullo scudetto?» si chiede Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, su Twitter. E infine sono stati tantissimi i tifosi che sui social network hanno criticato questo cambio cromatico spesso con ironia.

Un’idea creativa che piace… all’estero

Ovviamente c’è anche chi ha apprezzato il nuovo design della terza maglia dell’Italia che farà il suo debutto questa sera: è il caso del portiere della Nazionale e del Milan Gigio Donnarumma (“Mi piace molto”), di altre testate giornalistiche italiane come Wired.it (“È un’idea creativa, che prende spunti, li fa suoi, rivisita la storia, la attualizza e le dà un significato: per chi crea, per chi indossa, per chi osserva” si legge in un articolo a firma di Elena Sandre) e, soprattutto, quelli britannici ("Verde sbalorditivo", scrive il Daily Mail con toni positivi; "purtroppo, come terza maglia, l'Italia non potrà indossarla all'Europeo", chiosa invece Sport Bible).

Dal marketing commerciale al branding: perché questa scelta fa discutere

Ora pur comprendendo le ragioni di marketing commerciale dietro tale scelta (servirà a Puma a muovere un po' il mercato con un prodotto che è pensato per le giovani generazioni e che se non innovato e promosso sarebbe altrimenti tagliato fuori dal merchandising classico), la Nazionale non può permettersi di ragionare come un club in nessun ambito per non consentire agli stessi club di mettersi sullo stesso piano (se la Nazionale segue le logiche economiche, per le stesse logiche i club sarebbero giustificati nel chiedere la tutela o addirittura negare uno o più calciatori, in quanto parte del patrimonio economico della società).

Inoltre l’azzurro (o in alternativa il bianco con i richiami in azzurro) e il tricolore sono, oltre che due dei pochi simboli identitari ormai rimasti, un vero e proprio brand riconosciuto e apprezzato a livello globale, che richiama immediatamente alla mente una storia di calcio entrata nella leggenda (le quattro finali Mondiali vinte, la partita del secolo con la Germania a Messico ‘70, le finali perse con il Brasile, la finale dell’Europeo vinto nel ‘68, la stoica gara con l’Olanda nella semifinale nel 2000, e finanche la bruciante sconfitta contro la Corea nel 2002, con l’azzurro e lo scudetto col tricolore ad unire quasi un secolo di storia).

Adesso, cambio sport, e facciamo due esempi che potrebbero fare ulteriore chiarezza su quanto un colore possa o meno incidere. Partiamo dalla Formula 1 e chiediamoci se la Ferrari avrebbe lo stesso fascino di sempre se al prossimo Gran Premio si presentasse con una livrea gialla o argentata, anziché il tradizionale color rosso? Passiamo poi al rugby e poniamoci la stessa domanda ponendo il caso che la nazionale di rugby neozelandese, gli All Blacks”, nella coppa del mondo in corso di svolgimento in Giappone scendesse in campo con una divisa arancione? Certo, sarebbero sempre la Ferrari e la Nuova Zelanda, ma difficilmente manterrebbero immutato il fascino di cui sono storicamente avvolte, perché agli occhi di chi guarda perderebbero una parte di quell’aura di leggenda che proprio quel colore, filo conduttore dei tanti successi, gli conferisce. E lo stesso credo valga per l’Italia e il suo azzurro. Anzi. Per l’Italia, il nostro azzurro e il tricolore.