Se Carlo Ancelotti è ancora sulla panchina è per due ragioni. La prima è dovuta al suo blasone, che gli ha permesso di beneficiare finora di un bonus di credito illimitato. E anche quando le riserve sono arrivate agli sgoccioli ha tirato la cinghia con molto mestiere, tratto linfa vitale dalla Champions (vedi le prestazioni con il Liverpool e il Psg) regalando una bellissima e fatua illusione. Un ‘imbroglio nel lenzuolo'. La seconda – di quelle che vengono in mente perché a pensar male magari si fa peccato ma ‘si azzecca' sempre – è vincolata ai due conti che s'è fatto Aurelio De Laurentiis in caso di esonero. Quanto dovrebbe corrispondere al tecnico (staff compreso) qualora decidesse di licenziarlo? Tanto, troppo. Un disastro per il bilancio non solo perché significherebbe svenarsi ma anche per il buco di una quarantina e passa di milioni che si aprirebbe con la mancata qualificazione alla prossima edizione della Coppa. Traguardo al momento lontanissimo, impossibile da raggiungere a giudicare da come girano le cose.

Come fai a mettere alla porta Ancelotti? Non te la senti perché credi, speri che uno come lui prima o poi una soluzione la trovi. E poi chi prendi? Anzi, chi è disposto a venire e con quali costi? De Laurentiis finora non se l'è sentita anche se lo avrebbe fatto (e come) subito dopo il doppio voltafaccia in conferenza sul ritiro. Doppio perché non puoi schierarti al fianco del gruppo e poi fare dietrofront, sbattere i tacchi e urlare "obbedisco" raggiungendo da solo il centro sportivo. Schiacciato da se stesso, dalla propria storia, dalla propria incoerenza e poi dal know-how di tecnico vincente a Napoli l'ex Bayern è inciampato nel secondo fallimento della carriera (esiste termine differente per definire cosa è accaduto finora, a partire dall'anno scorso?).

In Germania, con una società più ricca, decorata e strutturata rispetto ai partenopei, qualcosa è andato storto: i calciatori più anziani, i ‘senatori', gli fecero capire che lo spogliatoio non era più nelle sue mani. Anche allora si trovò in mezzo a un ammutinamento della ciurma e ne pagò le conseguenze dirette. Sotto il Vesuvio, con le dovute differenze, s'è verificata più o meno la stessa cosa con l'aggravante che nemmeno la sua esperienza e il suo calibro sono bastati per non finire in mezzo all'ammuina (caos) degli eventi e non restare oscurato dall'ombra del suo predecessore, Sarri. Ha deciso di guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire. E s'è andato a schiantare contro il passato, contro se stesso, contro questo clima di "tutti contro tutti e ognuno per sé", contro la realtà di una squadra che aveva definito competitiva per lo scudetto e rinforzata da un mercato da dieci ma è stato smentito (e bocciato) dal campo.

È vero che gli interpreti sono loro, i calciatori. È vero che sono loro a giocare e hanno sicuramente parte di responsabilità. Ma se dopo un anno e mezzo non si capisce quale sia l'identità tattica, quale sia il tratto caratteristico del Napoli, se ha un'anima o meno, forse c'è dell'altro. E questo altro – dice Ancelotti subito dopo i due ceffoni presi sul muso, in casa e contro il Bologna – vuole discuterlo a quattrocchi con i giocatori nel chiuso dello spogliatoio. Chiederà loro se hanno ancora voglia di seguirlo.

Dopo un anno e mezzo ce n'è ancora bisogno? E soprattutto la squadra lo ascolterà (ancora)? Qualcuno gli risponderà anche di sì, altri nemmeno lo guarderanno negli occhi (come a dire: proprio non lo capisci che è finita?), altri ancora se ne fregano che resti o vada via, tanto loro stessi tra qualche mese non ci saranno più. Cosa significa? Che si dimetta o meno, poco importa. La realtà è che a novembre, dopo appena un terzo di campionato, questa squadra ha già esonerato se stessa e il tecnico. E che non abbia più alcun senso andare avanti così lo sa anche lui, Carletto, il tecnico più vincente d'Europa che a Napoli ha fallito.