"Quando s’ingaggia un leader è fondamentale che la persona che lo arruola sappia esattamente che compito intende affidargli: mantenere la cultura già esistente o fondarne una nuova?". Scriveva così Carlo Ancelotti nel libro Il leader calmo, composto insieme al suo ex collaboratore Mike Forde e all'esperto di management Chris Brady. Ancelotti è il terzo incomodo, l'assente molto presente all'orizzonte di Napoli-Juventus. Ha evidentemente fallito nel tentativo di fondare una nuova cultura a Napoli dopo Sarri che sta tentando di avvicinare la sua visione a quella, per molti versi opposta, della Juventus.

Quanto vale il DNA di una squadra

Negli ultimi anni il concetto di cultura di squadra, intuitivo da afferrare ma non semplice da razionalizzare e da spiegare, sembra essere al centro delle scelte anche dei grandi club. Vale per il Bayern Monaco, che ha promosso fino a fine stagione Flick, vale per il Manchester United che ha scelto una bandiera come Ole-Gunnar Solskjaer, vale per l'Arsenal che ha fatto ricorso ad Arteta o il Real Madrid che dopo il fallimento di Lopetegui ha richiamato in panchina Zidane, che la cultura del club l'ha conosciuta da stella polare dei Galacticos prima e da tecnico poi.

Non si tratta solo di scegliere come allenatori degli ex giocatori della stessa squadra. Ma di individuare un tecnico che crei una corrispondenza, un idem sentire, con l'immagine che i tifosi hanno della squadra e del modo in cui vorrebbero giocasse. Soprattutto laddove l'identificazione è valore aggiunto e lo stile di gioco è vissuto come un aspetto centrale e non accessorio dell'identificazione collettiva. Questa corrispondenza emotiva, empatica e tecnica spiega l'idillio di Klopp a Liverpool, la scelta del Barcellona di puntare su Sétien, il più cruyffiano e barcellonista dei tecnici del post-Guardiola in blaugrana, e tutta la parabola di Sarri al Napoli.

Napoli e l'osmosi tra squadra e città

Napoli vive di osmosi tra la squadra e la città, e si vede già dal logo in cui convivono il bianco e l'azzurro, colori collegabili a quelli ufficiali di Napoli e la N, iniziale che ha sublimato il primo collegamento con la breve dominazione napoleonica. Nell'identità del Napoli è rilevante, poi, il passaggio dal cavallo rampante al ciuccio, la sua trasformazione folcloristica. È l'effetto di quella che lo scrittore Angelo Forgione ha definito “una perversa mentalità di minorità autodeterminata”.

Perversa o no, la mentalità fa parte della narrazione di Napoli e del Napoli come epica del sacrificio, della coerenza e della “cazzimma” contro le grandi. Sistemi di gioco definiti e fortemente codificati si prestano meglio di altri ad esaltare questo tipo di narrazione, a maggior ragione in squadre che non hanno una vasta tradizione di trofei e successi a cui appoggiarsi. È il caso, per esempio, della prima Zemanlandia a Foggia, una squadra che intorno a quel marchio ha costruito credibilità anche agli occhi degli avversari e una fama altrimenti praticamente impossibile.

Calcio codificato e forte identificazione

La codificazione delle istruzioni che porta alla definizione di un preciso sistema di calcio richiede un'attenta selezione degli interpreti.

  • Il triangolo di sinistra composto da Hamsik, Ghoulam e Insigne ha rappresentato uno dei fondamenti del Napoli di Sarri. Il loro modo di integrarsi e scambiarsi le posizioni costringeva gli avversari a spostarsi maggiormente dal loro lato anche a rischio di scoprirsi dalla parte opposta e di togliere un po' di presenza e pressione in area.
  • Un centravanti come Higuain, un'ala moderna e intuitiva come Callejon hanno realizzato il secondo tempo di una strategia offensiva speziata poi dalla creatività dei singoli negli ultimi venti metri.

Tutto il sistema, che ruotava intorno al metronomo Jorginho, ha favorito la germinazione di una rivalità percepita con la Juventus di Allegri, il tradizionale polo oppositivo della passione calcistica delle altre squadre italiane. E la costruzione del mito del sarrismo, con tutta la retorica del comandante Sarri come “Che Guevara” del pallone che prepara l'assalto al Palazzo. Come Marino Niola, professore di antropologia dei simboli, diceva nel 2017 a Antonio Giangrande per libro Italia allo specchio, "Napoli non ha dimenticato come il mito sia un alimento dell'immaginario che aiuta a ricostruire continuamente l'identità (…) Dopo la sirena Partenope è arrivato San Gennaro, poi Masaniello fino a Maradona che incarnava l'uno e l'altro: un difensore della città e un simbolo della Napoli che vince e che può fare miracoli".

Sarri, attraverso il suo 4-3-3, ha dato una forma collettiva al mito. L'ha fatto rivivere nel suo ruolo ostentato di architetto e capo-popolo. Si è sviluppato quel processo di cui parlava anche Ancelotti nel libro “Il leader calmo”, prima di accorgersi al Napoli di quanto avesse ragione.

"Perché si crei questa sintonia [con il dna della squadra] può essere anche che l’allenatore faccia cambiare l’approccio del club, ma è più facile il contrario, ovvero che sia il coach a sintonizzarsi: a meno che, ovvio, la stessa società non voglia un grande rinnovamento o ci siano buoni motivi per abbandonare le vecchie convinzioni – scriveva –. Se, ad esempio, un importante club vuole spezzare il monopolio del suo più grande rivale e crede che l’unico modo sia assoldare un allenatore che ha già avuto successo altrove, può decidere di ignorare il fatto che questi non sia molto in sintonia con la cultura societaria".

Ancelotti non ha cambiato la cultura né il gioco del Napoli

È una profezia del suo destino al Napoli. L'evoluzione si è limitata a un cambiamento a metà. Il passaggio da un sistema di gioco codificato e non replicabile a una visione in cui i giocatori vengono responsabilizzati a prendere decisioni, dall'interpretazione di uno spartito a una jam session jazzistica, non è semplice. Cambiare paradigma lasciando intatti gli interpreti, come il Napoli ha tentato di fare, è un salto mortale senza rete che ha finito per smantellare le basi del successo precedente senza crearne di nuove. Così, anche il senso della narrazione, del sacrificio e della coerenza, sono svanite nell'illusione di un vento di cambiamento.

Il senso di Sarri alla Juve

Ma anche alla Juve, Sarri sta ancora completando l'adattamento a un club con ambizioni, cultura, obiettivi differenti. A Torino, si sono incontrati un club che vuole uscire dalla sua zona di sicurezza e aggiungere una componente di gioco di passaggi per rispondere agli echi della modernità, e un allenatore che dopo il trionfo in Europa League vuole misurare il suo impatto in vittorie e non più solo in qualità del gioco.

  • Ha vinto 14 partite su 15 in casa, nonostante le polemiche ha portato Cristiano Ronaldo a segnare più di quanto avesse mai fatto in carriera allo stesso punto della stagione, ma non ha ancora equilibrato la squadra in modo da garantire il tridente con Dybala e Higuain.
  • Ha detto subito, dalla presentazione, che la sua Juve non sarebbe stata una ricopiatura del suo Napoli. Di quella creatura restano i principi fondanti, il 4-3-3, la difesa in avanti, la ri-aggressione alta. Ma lo stile dipende dai singoli interpreti che traducono i principi in un modello e in risultati, che contano più dell'integrale rispetto della teoria.

La sua Juve rispecchia il primo, forse intermedio, step del cambiamento. La Juve che si sta dando una cultura, anche manageriale, da multinazionale, non sta mantenendo semplicemente la vecchia cultura e non ne sta fondando una radicalmente nuova. Sta cercando nuove strade per non perdere di vista la vecchia, e continuare a credere che la vittoria sia l'unica cosa che conti davvero. Ma chi l'ha arruolato sapeva esattamente quale compito assegnargli. E questo sta facendo la differenza.