Andiamo in ritiro. Anzi no, torniamo a casa. Tutto in una notte, la più lunga degli azzurri. Quando passerà? Una situazione paradossale e che sembra riportare indietro le lancette dell'orologio all'ammutinamento post Salisburgo. Allora gli "accenti" furono differenti ma è stato quello il punto di non ritorno della squadra: il Napoli implose e finì in pezzi decretando il fallimento della gestione Ancelotti, al quale il club addebitò anche l'incapacità di reggere le sorti del gruppo. Non fu solo colpa sua – complici le mancate scelte della società nell'avviare il rinnovamento – ma sicuramente ha contribuito ad alimentare la confusione.

Un caos che si riverbera oggi – a distanza di un mese dal suo arrivo, di 4 sconfitte su 5 partite – su Gattuso, alimentato dalle voci di spaccatura (ma questa non è una novità) all'interno della rosa. E non è più solo questione di "senatori contro nuovi" ma di tutti contro tutti, di una faida interna che non fa prigionieri e travolge ogni cosa, comprese le buone intenzioni dei più giovani o dei nuovi arrivati.

Il faccia a faccia molto animato tra Mertens e Allan (due della vecchia guardia) è solo l'ennesimo episodio che ribadisce come il giocattolo sia rotto, la squadra sfilacciata e palpabile il rischio di sprofondare in classifica fino alla zona retrocessione. Come si esce da una situazione del genere? Non lo sa "ringhio" (al quale De Laurentiis ha fatto una ramanzina), che ha s'è appellato per l'ennesima volta alla determinazione e all'orgoglio, e nemmeno i calciatori che in testa hanno mille pensieri (dalle distrazioni di mercato fino alle antipatie personali) tranne quello più importante: andare in campo concentrati abbastanza almeno da non sfigurare.

Che restassero o meno in ritiro, al netto di tutte queste cose, era solo un dettaglio. Nel confronto avuto con il gruppo a Castel Volturno – e durato fino all'alba – Gattuso ha chiesto ai giocatori da che parte stanno, se sono disposti a seguirlo. Si sono detti tutto, fuori dai denti. Poi potevano continuare il "soggiorno" anche tornare a casa, sarebbe cambiato poco a nulla. La risposta ricevuta è stata rassicurante (diciamo così, per comodità di definizione) almeno a parole: Lazio (in Coppa Italia) e Juventus in campionato rappresentano l'ennesimo banco di prova, la possibilità di tirare almeno fuori l'orgoglio nel rispetto di se stessi, dei tifosi, della maglia che indossano. Perché non bastano tutti i "ringhi" del mondo per scuotere la coscienza di un imbelle.