“Cielo manca” è il mantra ripreso da Garlando in un libro molto bello. Il protagonista, un giornalista che era andato in Sardegna per intervistare Zola, viene rapito al posto dell’attaccante e tenuto 9 mesi in prigionia. L’unico modo per non pensare alla sua situazione e per comunicare sono le figurine. Garlando simbolizza un elemento molto importante del collezionismo delle figurine dei calciatori: da tanti anni salvano le giornate a bambini e adolescenti annoiati in giro per l’Italia, tutti in cerca di uscire fuori dalla catena scuola-pranzo con verdure-compiti-televisione-letto in cui sono avviluppati. Le figurine sono una via d’uscita e una strada per il sogno, quello semplice di esserci un giorno con la propria faccia (sogno che diventa realtà, per pochi ma accade) e quello più quotidiano e meno pieno d’orizzonte di perdere ore con amici che puoi vedere e toccare e non solo conoscere attraverso il loro nickname.

Nel corso del tempo poi sono entrati altri discorsi: il valore sociologico del collezionismo e la cultura dell’attesa, l’importanza didattica che ha avvicinato i bambini alla lettura e alla curiosità in senso più largo, il senso matematico della concatenazione, tutte riflessioni giuste che vengono fuori da anni di industria da una parte, ma anche dai tanti giochi fatti con le figurine stesse. Ma se parliamo di figurine non si può non parlare de “la figurina”, ovvero quella che “non” si ha. Io non avevo mai Massimo Brambati, chimera di ogni mio inverno adolescenziale, mentre per la storia il disperso per eccellenza è Pier Luigi Pizzaballa, che domani compirà 80 anni. Almeno così si dice, perché molti affermano che potrebbe non essere esistito. E qui si entra nel giallo.

Secondo le cronache dell’epoca, Pier Luigi Pizzaballa dovrebbe essere nato il 14 settembre 1939, a Bergamo. In serie A gioca prima nell’Atalanta, riserva di Zaccaria Cometti, nome che sembra inventato per cui non ci metterei la mano sul fuoco. Passa alla Roma, Verona, Milan e poi torna all’Atalanta, ma tanti sono pronti a scommettere che non si è mai mosso da lì. Si narra che abbia giocato anche in Nazionale, il 18 giugno 1966, contro l’Austria in amichevole, subentrando ad Albertosi. Già la notizia sembra poco veritiera, ma il fatto che in quella partita il gol sia stato segnato da Burgnich, rende ancora più incredibile la circostanza. Le statistiche affermano che abbia vinto il Premio Combi nel 1965, ma su Wikipedia la pagina del premio non esiste (e come prima era per la tv: “Se lo dice la Tv, allora è vero”, oggi vale per Wikipedia: “Se c’è su Wikipedia, allora esiste). Basta con le nugae. Pizzaballa è stato un grande portiere, agile, molto “volante” e chiuso in Nazionale solo perché c’erano Negri e Albertosi su cui si puntava forte.

Il giochino dell’inesistenza regge perché la sua figurina era introvabile. Successe perché al tempo la Panini spediva il fotografo dove la squadra si allenava una sola volta. Chi c’è, c’è. Al massimo si poteva fare un ripasso, ma a campionato iniziato. Proprio quel giorno d’estate del 1963, Pizzaballa non c’era per infortunio. Non lo si poteva aspettare e si decise di mettere sul mercato l’album senza il numero 1 atalantino. Poi si mise una pezza a febbraio ma, come tutti i collezionisti veri sanno, era ormai troppo tardi. La leggenda dell’introvabilità di Pizzaballa è rimasta un marchio a fuoco per il portiere, che per molti ancora oggi è semplicemente un’assenza.

In realtà non di soli Pizzaballa ci siamo ammattiti nel corso degli anni per la loro ritrosia. Ci sono anche: Gigi Riva e Rizzo del Cagliari 1965, Gianni Rivera del Milan 1961/1962, Umberto Depetrini del Livorno 1967/1968, oltre ad un Vinicio Verza, sempre introvabile quando era alla Juve. Sono loro i colpevoli del nostro fegato amaro , ma quello che è il vero “Gronchi Rosa” delle figurine forse non è neanche Pizzaballa, bensì Egidio Salvi, al Brescia nel 1965-66. La pagina del Brescia, come tutte le altre, aveva determinati slot e ci si accorse troppo tardi che lo spazio per Salvi non c’era, per cui la sua figurina non doveva essere stampata. Ma se ne accorsero tardi e alcuni esemplari furono messi in circolazione. Non la vedevamo da anni la faccia di Salvi del 1965, ma poco tempo fa il pensionato Giuseppe Grosso ne ritrovò una in un solaio a Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria. Non si festeggiava così dal ritrovamento della maschera funeraria di Agamennone di Schliemann.