La trattativa con Christian Eriksen e il Tottenham, la scelta del calciatore e contestualmente la capacità di prenderlo a costi contenuti, il percorso dalla Premier League alla Serie A portano l'Inter in un'altra dimensione sportiva e d'azienda. Alla pari della Juventus. Al tavolo delle grandi anche in Europa, non per recitare il ruolo di convitato di pietra.

Come forza e qualità complessiva ha quasi del tutto colmato il gap con i bianconeri: sa vincere da grande squadra, in maniera "sporca" avrebbe detto Allegri; ha un attacco forte (Lukaku e Lautaro Martinez con Esposito proiettato verso il futuro), un centrocampo che con l'innesto del danese conferirà alle geometrie di Brozovic e al dinamismo di Barella/Sensi anche il tocco magico della giocata che illumina; in difesa può contare su solide certezze (Skriniar, de Vrij) e permettersi il lusso di aspettare il "miglior" Godin lasciando che il giovane Bastoni si prenda la scena; ha l'autorevolezza di chi può spendere e sa farlo nel migliore dei modi, pescando dall'Inghilterra calciatori pronti subito (Ashley Young, Moses e forse anche Giroud) perché se vuoi vincere ti serve gente che sul treno in corsa può saltarci senza schiantarsi sui binari.

La Juve non ha (ancora) paragoni al momento ma questa Inter, che in dieci anni ha cambiato presidenti, allenatori e ha rischiato perfino il collasso dei conti, è in grado di accettare la sfida. Sa che ora può combatterla e vincerla. Ne ha i mezzi economici, ne ha le potenzialità tecniche. E poi ha scelto di affidarsi ad Antonio Conte, uno dei pochissimi in Europa (come Guardiola, Klopp, Allegri e molto meglio di Mourinho) che è in grado di fare la rivoluzione e portarla a compimento. E di rivoluzione si tratta anche alla corte sabauda, dove hanno messo da parte la logica del risultato (e della vittoria) prima di tutto per far spazio a un nuovo concetto di successo da ottenere anche attraverso il bel gioco.

Juve e Inter, l'una di fronte all'altra, più vicine di quanto si possa immaginare, accomunate dalla stessa volontà di cambiamento sia pure con una differente strategia certificata dai numeri e dall'identità tattica. La squadra di Conte fa meno possesso palla rispetto all'anno scorso e in campo appare anche un po' più lunga (complice la presenza in attacco di calciatori come Lukaku e Lautaro), più votata al contropiede e ha una media gol migliore che si riverbera sui punti in classifica. La squadra di Sarri ha mutato prospettiva: non più baricentro basso ma una formula di "palleggio offensivo" con la palla che rimane più alta rispetto alla "gestione del campo" di Allegri e comporta qualche rischio.

Juve e Inter, molto più di una lotta scudetto. Perché di questo si tratta: una nuova epoca del calcio italiano che torna sulla vecchia dicotomia tra la Milano da bere (alla quale manca ancora l'altra metà del cielo rossonero) che guarda a Oriente e la Torino che cerca la consacrazione in Coppa dopo aver stabilito il proprio dominio in campionato. I maggiori club italiani possono (finalmente) accomodarsi anche al "ristorante" di cento euro. Col "decreto crescita" è più agevole farlo anche senza stressare troppo il bilancio. Ronaldo, de Ligt, Lukaku, Lautaro, Eriksen (e il rientro di Ibrahimovic) chiariscono che il vento è cambiato e soffia nelle vele del merchandising, degli introiti necessari per implementare il business, essere competivi. E vincere.