"Perché dovrei comprare una Ferrari, orologi costosi e altri oggetti preziosi? A cosa servirebbero? Preferisco spendere i soldi per aiutare la mia gente". Senti parlare Sadio Mané e dai un pizzicotto sulla guancia. Il cliché del calciatore strapagato, straviziato, stra-capriccioso, stratutto è agli antipodi rispetto all'attaccante senegalese del Liverpool, la terza freccia del tridente di Klopp che si completa con Firmino e Salah. Tutto vero, non è un sogno e quel che dice è reale. Non è una fake news. Non è un discorso buttato lì, tra una chiacchiera e l'altra. Non è un'esagerazione dei tabloid inglesi a caccia dello scoop. Non è retorica buonista.

Mané è proprio così: normale in un mondo dove la normalità è altro. Il campione dei Reds non dimentica le proprie radici, né da dove viene, che non è solo questione geografica ma di condizione esistenziale. È diventato adulto in fretta, nel suo Paese la povertà gli ha impedito il diritto di sognare, giocare, essere spensierato… il diritto di essere un bambino. A distanza di anni da allora, racconta perché oggi, 27enne, ricordando cosa e come ha vissuto, conserva abbastanza umiltà e buon senso da dare il giusto valore alle cose, da capire che lo spessore di una persona non si misura certo per il conto in banca o per l'opulenza ostentata.

Quando ero piccolo avevo fame e dovevo lavorare nei campi – ha ammesso nell'intervista al portale nsemwoha.com -. Sono sopravvissuto a tempi difficili, ho giocato a calcio a piedi nudi, non avevo un'istruzione e mi mancavano molte altre cose. Oggi, con quello che guadagno grazie al calcio, posso aiutare la mia gente.

A Sédhiou, nel suo paese d'origine, Mané ha costruito scuole, uno stadio, versa fondi perché le persone indigenti abbiano scarpe, vestiti e cibo. Paga una retta mensile perché in quella regione del Senegal molto povera possano essere aiutate le famiglie che vivono in condizioni durissime.

Non ho alcun bisogno di macchine extra-lusso, di case incredibili o di spendere i miei soldi in cose non mi servono. Preferisco condividere con la mia gente un po' della fortuna che la vita mi ha dato.