Juve fuori dalla Champions, Conte: “Le vittorie non s’inventano”

L'equazione è facile, facile: se la Juventus è la migliore espressione del calcio italiano e poi fa la figura della ‘provinciale' al cospetto del Bayern Monaco, allora il (resto) del calcio italiano è da ‘campetto di periferia'. E non è solo una questione di soldi (tanti) limitati e orizzonti economici contenuti, ma di capitali investiti male, strutture ‘vecchie', mancanza di un progetto comune. Le parole di Antonio Conte mettono il dito nella piaga e tratteggiano il livello di competitività mediocre dei club tricolori. "Per noi la Champions era un'opportunità per valutare dove siamo, cosa e quanto manca e quanto tempo ci vorrà per tornare dover eravamo tanti anni fa. L'abbiamo sfruttata nel migliore dei modi, siamo arrivati ai quarti e penso abbiamo fatto qualcosa di straordinario. Sappiamo che c'è una strada lunga e dura da percorrere, stiamo costruendo".
Ecco: il calcio italiano (non solo la Juve) è un eterno cantiere aperto. E ti vengono in mente le grandi opere incompiute o compiute male e divenute un marchio di fabbrica. A cominciare dagli stadi di Italia '90, già ‘vecchi quand'erano nuovi' e, dopo 20 anni (addirittura) appartengono alla preistoria. La lezione che ‘ci' ha impartito il Bayern (perché l'eliminazione della Juve è un fenomeno più articolato) è che, sì, la forza del gruppo può tirarti fuori dai guai, regalarti brividi e grandi emozioni, ma per essere i migliori c'è bisogno d'altro.
Questo non ci deve spaventare, ma ci deve far tenere i piedi per terra. Sento parlare di ‘triplete', si parla di dover vincere la Champions, io dico che le vittorie non si inventano. Cosa serve per essere alla pari? Se con due-tre acquisti si pensa di poter vincere la Champions sarebbe riduttivo, anche nei confronti di questi ragazzi. Serve tempo, questo gap non si colma dall'oggi al domani. Se ci sarà la pazienza, bene. Altrimenti si rischia di rompere il giocattolo. Per i miracoli ci stiamo attrezzando. Li abbiamo fatti l'anno scorso vincendo il campionato, magari in futuro ci attrezzeremo per farli anche in Champions.
Ecco: il calcio italiano, al di là dell'exploit, dell'orgoglio e delle capacità taumaturgiche dei singoli (a Conte oggi come a Prandelli all'Europeo), è lontano anni luce dall'interpretazione che ne danno i maggiori ‘competitors' europei.
All’estero fanno investimenti e progetti, da noi si parla di arbitri e della soubrette con la quale esce un giocatore. Quando vinsi la Champions con Lippi, la squadra di riferimento era l’Ajax che lavorava con i giovani. Adesso l’Ajax non esiste: ci sono le superpotenze come Real, Bayern, Barcellona, Psg, squadre che hanno un fatturato di oltre 400 milioni. Io credo che tutti insieme dobbiamo cambiare il calcio italiano: e quando dico tutti penso a noi, alle società, ai tifosi, ai media, alle istituzioni. Altrimenti non si va da nessuna parte. L’ultima coppa l’ha vinta l’Inter tre anni fa. L’ultima semifinale a quando risale?
La Juve ha dato il massimo, ci ha messo l'orgoglio: buono a salvare la faccia, ma non basta. Perché la sua azione non resti un mero atto di eroismo, augurandoci un finale diverso, serve anche una visione. Ma il nostro calcio, almeno per il momento, ha la vista corta e troppi scheletri nell'armadio.