gigi meroni con la maglia del torino

Anni Sessanta agli sgoccioli. Gli Stati Uniti le buscano in Vietnam, contano i morti, arrotolano bandiere sulle bare, salutano la presidenza esiziale di Nixon e il primo bacio interrazziale in Star Trek. Israele ci mette sei giorni per scatenare l’offensiva e portare la “sua” pace nei Territori. In Grecia la vittoria dei socialisti è spazzata dal golpe dei colonnelli. Che Guevara, catturato e giustiziato in Bolivia, porta via con se i diari della motocicletta ma lascia in eredità il corredo accessorio di libertà e rivoluzione che soffia sul fuoco della contestazione giovanile. A Praga non sarà più Primavera per un pezzo. Il vento reca l’odore di piombo.

L’Italia, sospesa tra Peppone e don Camillo, è scossa dal brivido di ribellione che le corre lungo la schiena e alimenta i sogni di una generazione. La Swinging London irrompe accompagnata dalle note dei Fab Four, la provincia addormentata si sveglia col beat di Casco d’oro in testa e s’accorge, suo malgrado, che i tempi stanno cambiando. E in fretta. A Manchester Best, l’irlandese, mena le danze, alza coppe e culi di bottiglia per stordire il successo. Il calcio tricolore, sbeffeggiato dai coreani, scopre la moviola e manda giù a stento giocatori dal talento innato ma dallo spirito libero. Licenze sociali che mal si conciliano con la morale di coloro che Gianni Brera definì conformisti sornioni, quelli che etichettano come peccatore pubblico Gigi Meroni.

L’ala del Torino giocava da dio, ma viveva fuori dagli schemi e non piaceva a chi cantava gli osanna dimenticando, a volte, di onorare il padre e la madre. Ritagliò un angolo di mondo in una mansarda e lo divise con la compagna italo-polacca Cristiana Understadt. La ragazza del Lunapark, promessa in moglie a un uomo che non amava: non esitò a dirgli addio e vivere, in pochi metri quadrati, accanto al campione che lasciò in braghe di tela l’Inter di Herrera. La concubina e il calciatore fuori di testa, troppo anche per i figli di papà e i papà svezzati tra le cosce di ballerine generose.

Meroni dribblò la clandestinità alla sua maniera: calzettoni arrotolati, capelli lunghi, barba incolta, look alternativo, galline al guinzaglio, musica jazz, hobby per la pittura e pennellate d’autore sul rettangolo verde. Morì a 24 anni, nell'ottobre del 1967 la vita entrò a gamba tesa e stroncò la sua carriera. Oggi avrebbe compiuto 70 primavere. Allora non esisteva l’indulgenza del gossip e a un figlio di un dio minore non si perdonava nulla. Nemmeno l’amore per la vita.