Gabigol è un fenomeno oppure una pippa? Bella domanda. La realtà è che oggi – dopo aver realizzato la doppietta decisiva per la conquista della Copa Libertadores – vale 40 milioni di euro, cinque volte in più rispetto alla somma che l'Inter versò nelle casse del Santos per portare in Italia (contratto fino al 2022) il calciatore che nel tridente della Seleçao con Gabriel Jesus e Neymar conquistò un oro olimpico (c'era anche l'ex della Lazio, Felipe Anderson) a Rio 2016 battendo in finale la Germania (ai calci di rigore).

Bidone a Milano (ma in una squadra fallimentare)

La saudade, il cambio di abitudini e di metodologia di lavoro, i ritmi e il tatticismo del campionato italiano ebbero un impatto devastante sul ragazzo di 20 anni che in nerazzurro vide il campo per la prima volta contro il Bologna (29 settembre 2016) e fu sempre contro i felsinei (febbraio 2017) che segnò la prima rete in Italia. Lanciato nella mischia nel finale, quel gol fu solo un lampo nel buio (proprio e di squadra) dal quale venne di nuovo inghiottito tra panchina, mancate convocazioni e spiccioli di gare senza troppe pretese fino alla decisione di spedirlo a farsi le ossa altrove.

  • Dieci presenze nel complesso, 183 minuti giocati sono pochi anche se hai talento e la buona stella è tua buona stella è finita dietro le nuvole. E resistere in quel marasma della stagione nerazzurra sarebbe stato difficile per chiunque: 3 allenatori cambiati (Frank de Boer, Stefano Vecchi e Stefano Pioli), un progetto tecnico mai decollato e decollato (la testa dell'olandese cadde dopo 11 giornate in A), la difficoltà di trovare e trovargli la giusta collocazione in campo, il ritardo di condizione per le vacanze post Olimpiade entrarono nel corredo accessorio del settimo posto in classifica (dietro il Milan) e di una squadra fuori dalle Coppe.
  • Un fallimento totale. Tant'è che qualità come velocità, tecnica sopraffina e senso del gol vennero mandate alla malora assieme alle migliori intenzioni. Da ala destra a piede invertito, devastante per la capacità di accentrarsi sul piede preferito e puntare la porta, Gabigol divenne un oggetto misterioso. Un bidone. Il classico ‘fenomeno buono solo a casa sua'. Il funambolo bravissimo a fare una cosa sola (attaccare) con poca attitudine a difendere in un campionato – come la Serie A – dove se giochi da esterno riesci a fare la differenza se interpreti bene le due fasi (come Callejon, quello dei tempi migliori).

Rinato in Brasile: ha ritrovato la Seleçao e vinto la Libertadores

Con il ritorno in patria Gabigol è rinato, ha battuto anche la maledizione togliendosi lo sfizio di mettere le mani sul trofeo (la Libertadores) prima ancora d'iniziare la partita. Un rito scaramantico che gli ha portato fortuna, facendo rabbrividire quanti credevano che osare tanto significasse sfidare l'aura negativa del tabù e gli dei del pallone. La doppietta (la seconda consecutiva dopo la semifinale con il Gremio) ha spazzato via ogni cosa e legittimato un'annata straordinaria come testimoniato dalle cifre.

  • I numeri dicono molto, quelli di Gabigol al Flamengo sono la testimonianza diretta dell'exploit: 31 reti e 10 assist in 38 partite – di cui 22 in campionato su 26 match che sono valsi 2.38 punti a gara, una media di una rete ogni 104 minuti e il record di Zico infranto. Nove i sigilli in Copa su 12 incontri. Il commissario tecnico del Brasile, Tite, lo ha premiato consegnandogli la maglia verde-oro. A Milano osservano e fanno un po' di conti, meditando se venderlo e incassare soldi da reinvestire oppure inglobarlo nella ferrea disciplina tattica di Conte. Che ne sarà di Gabigol?