La Procura federale della FIGC ha messo sotto inchiesta l'elezione di Gaetano Micciché a presidente della Lega Calcio. Un'elezione possibile attraverso un cambiamento di statuto approvato nella stessa assemblea in cui avviene l'elezione, il 19 marzo 2018, e ratificato dalla FIGC solo una settimana dopo. Un'elezione dai metodi contrari alla lettera dello statuto. Ma nessuna delle venti società presenti ha fatto ricorso nei tempi previsti dal regolamento.

Micciché non era candidabile prima del 19 marzo

Prima dell'assemblea del 19 marzo, il comma dieci dello statuto della Lega Calcio approvato a novembre 2017 indicava chiaramente che il presidente, l'amministratore delegato e un terzo membro sui sette di cui si compone il Consiglio devono essere indipendenti. Ovvero non avere "alcun rapporto a qualsiasi titolo con le Società Associate, e/o con gli azionisti di riferimento e le controllate delle Società Associate, e/o con il gruppo di appartenenza delle Società Associate, e/o con altra Lega Professionistica".

Al momento della votazione, Micciché è direttore generale di Intesa Sanpaolo e presidente di Banca Imi. È stato indicato nella lista di Urbano Cairo per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Rcs, carica che ha mantenuto anche dopo l'elezione al vertice della Lega Calcio. È il banchiere che ha aiutato Cairo a sfidare Mediobanca e raggiungere il vertice di Rcs. Ma Urbano Cairo è anche il presidente del Torino, una delle venti società che dovrebbero eleggere un presidente indipendente. La Lega calcio all'epoca è commissariata. Il commissario è il presidente del Coni Giovanni Malagò, che sponsorizza Micciché. Per farlo eleggere servono tempo e una modifica allo statuto. La prima, scriveva Marco Iaria della Gazzetta dello Sport, avrebbe fatto cadere la candidature come amministratore delegato di Javier Tebas, nel frattempo blindato dalla Liga.

Nell'ordine del giorno dell'assemblea, come risulta dal verbale pubblicato da Business Insider, prima dell'elezione è prevista l'approvazione delle modifiche allo statuto. Nella nuova versione, su cui la delibera della FIGC arriva il 26 marzo 2018, si stabilisce che l'assemblea, con voto unanime, “può eleggere un presidente che, in virtù di incarichi di rappresentanza e/o amministrazione ricoperti in un’istituzione privata di rilevanza nazionale abbia rapporti con le società associate, e/o con gli azionisti di riferimento e le controllate delle società associate, e/o con il gruppo di appartenenza delle società associate, e/o con altra lega professionistica”. All'unanimità, dunque, l'assemblea può anche eleggere Micciché. Andrea Agnelli, presidente della Juventus, in assemblea sottolinea che il 5 marzo le società hanno raggiunto un accordo informale, all'unanimità, perché sia lui il presidente della Lega. Considerata la presenza del giudice sportivo Gerardo Mastrandrea e del sostituto Alessandro Zampone, è difficile ipotizzare che abbiano consentito violazioni palesi del regolamento.

Il voto per acclamazione

Anche perché è proprio Mastrandrea, insieme al presidente dei revisori Simonelli, a stoppare una richiesta contraria alla lettera del regolamento. Agnelli, infatti, alla luce dell'accordo informale fra tutte le società di due settimane prima, chiede che si proceda alla votazione per acclamazione. Ma ogni votazione che riguarda persone, si legge nello statuto, deve avvenire a scrutinio segreto. E dunque si vota, su schede color giallo paglierino.

  • Prima dello scrutinio, Mauro Baldissoni delegato della Roma dichiara esplicitamente e in modo palese il proprio voto per Micciché. Così faranno una dopo l'altro tutti i rappresentanti delle venti società. A questo punto, Malagò ritiene valide le dichiarazioni palesi e non procede allo scrutinio delle schede che vengono sigillate dal giudice Mastrandrea e conservate in cassaforte.
  • Perché il giudice, dopo aver richiesto la votazione a scrutinio segreto, non fa rispettare fino in fondo il regolamento? Formalmente, le dichiarazioni palesi non dovrebbero contare, vale quello che c'è scritto sulle schede e che, in linea teorica, nessuno conosce. Però è anche vero che se il rappresentante di una società avesse espresso voto contrario, sapendo che il suo unico no sarebbe bastato a far saltare l'unanimità e di conseguenza l'elezione di Micciché, avrebbe avuto tutto l'interesse a opporsi e chiedere lo scrutinio o dichiarare in forma altrettanto palese la sua opposizione.

La partita dei diritti televisivi

L'assenza di obiezioni o ricorsi delle società ha mantenuto Micciché al suo posto. La fretta con cui, dopo che il commissario Malagò aveva rimandato l'elezioni nei mesi precedenti, si è proceduto alla votazione  e le modalità decisamente poco ortodosse con cui ha potuto candidarsi e con cui è stato eletto, lasciano molti dubbi.

  • Per la Lega, quelli erano mesi delicati. Gli spagnoli di Mediapro avevano ottenuto a febbraio i diritti televisivi della Serie A per il triennio 2018-201 per 1,05 miliardi a stagione. L'accordo sarebbe stato poi cancellato dall'Antitrust, che avrebbe ritenuto non valido il bando, portando così a una nuova gara e all'assegnazione dei pacchetti a Sky (sette partite a settimana, 16 top match stagionali) e DAZN (3 partite a settimana, 4 top match stagionali).

L'apertura dell'inchiesta della Procura federale coincide con un altro periodo caldo. Perché la Serie A, secondo quanto riferiva una settimana Milano-Finanza, avrebbe trovato l'accordo sempre con Mediapro che dovrebbe portare alla creazione del canale della Lega Calcio e garantire introiti per 1,283 miliardi di euro a stagione. L'accordo, che coprirebbe il periodo 2021-2024, ha visto in prima fila il presidente Gaetano Miccichè e l’ad Luigi De Siervo. L'assemblea della Lega Calcio convocata per il 16 ottobre dovrà votare l'intesa. Ma tra i presidenti contrari al canale della Lega c'è Urbano Cairo, proprietario anche di La7. Lo stesso Cairo che ha voluto Micciché nel cda di Rcs.