"Un ragazzo entusiasta del suo lavoro, un compagno di squadra ideale". Dino Zoff, che abbiamo raggiunto al telefono, ricorda così Pietro Anastasi. Insieme, hanno vinto l'Europeo del 1968, con il suo gol decisivo nella ripetizione della finale contro la Jugoslavia. Poi si sono ritrovati alla Juventus, che secondo il sociologo Gerhard Vinnay della scuola di Francoforte "assumeva manodopera meridionale (Furino, Anastasi, Causio, Cuccureddu) per conquistarsi consenso e pax sindacale a Mirafiori".

La normalità di un grande campione

Anastasi, racconta Zoff, "era un ragazzo normalissimo". Un ragazzo normalissimo, che però dimostra di saper fare cose speciali, quando il ct azzurro Valcareggi gli si avvicina e gli dice: "Picciotto, tocca a te!". Non aggiunge altro, non serve. "In quell'Europeo del 1968 abbiamo vissuto tutti un grande momento. Lui certamente più degli altri, perché ha segnato un bellissimo gol. Ha contribuito con quel gran tiro a far felice tutto l'ambiente, tutto il pubblico" che poi ha acceso le tribune dell'Olimpico in un trionfo di accendini. Una donna, a Catania, dove era nato, ha avuto le doglie proprio dopo il gol alla Jugoslavia: il bambino, in suo onore, lo chiamerà Pietro.

Anastasi, promesso all'Inter, tanto che nell'estate del 1968 giocherà un'amichevole in nerazzurro con le scarpe di riserva di Sandro Mazzola, in realtà finirà alla Juventus. Il blitz di Agnelli diventa ufficiale proprio nell'intervallo di quella partita. Ha convinto Borghi, presidente del Varese dove giocava Anastasi e imprenditore nel settore degli elettrodomestici, pareggiando i 660 milioni offerti dai nerazzurri e aggiungendo una fornitura di motorini per frigoriferi.

Zoff su Anastasi: Tutti gli volevano bene

Zoff arriverà in bianconero quattro anni dopo, nel 1972. "Pietro aveva già fatto un bel po' di strada nella Juventus, quando sono arrivato io" ci racconta. "Abbiamo vinto qualche campionato insieme, aveva sempre la sua grande vivacità", la stessa che gli ha permesso di segnare una tripletta in cinque minuti partendo dalla panchina, di diventare il simbolo di una stagione della squadra più amata e odiata d'Italia. I tifosi che gli urlavano "terrone" non lo innervosivano più di tanto, i gol e i successi non l'hanno cambiato: non si è mai montato troppo la testa. "Anche fuori dal campo" spiega il portiere da leggenda del calcio italiano, "era normalissimo. La sera spesso si andava a mangiare al ristorante insieme, anche con le famiglie".

Un quadro lontano dal calcio di oggi. Il ritratto di un calciatore che ha saputo essere grande per qualità e generosità, di esaltarsi in coppia con Bettega, il suo perfetto opposto, elegante quanto Pietro era fisico, un cacciatore del gol. Un talento, quello di Anastasi, che ha anticipato i tempi. Un "falso nove" prima che diventassero di moda. Sempre con quegli occhi fondi, con guizzi di stupore e diffidenza" di cui scrisse Giovanni Arpino sulla Stampa, con "la figura d’uno sposo appena rivestito per le nozze". Il compagno di squadra che tutti vorrebbero. E tutti, conclude Zoff, gli hanno sempre voluto bene.