Il calcio mondiale saluta De Rossi che domenica, prima del big match di Serie A fra Napoli e Inter, dall’Argentina, ha sorpreso tutti annunciando il suo addio. Al Boca e al calcio giocato a 36 primavere. Troppe per un campione che anche nel profondo sud del mondo, alla Bombonera, non è riuscito a garantire alla sua nuova squadra un apporto continuo e costante in questi mesi argentini. Gli infortuni, rivali di una vita dell’ex capitano giallorosso, lo hanno inseguito anche ad altre latitudini condannando l’eterno #16 ad appena sei presenze e 361’ totali di gioco con gli Xeneizes. Poi, nel momento del cambio ai vertici della presidenza del Boca, la decisione: addio al football. Ma solo a quello giocato, il futuro si chiama ancora calcio, panchina e chissà ancora Roma.

I mesi al Boca: tante difficoltà e un solo gol in 361’ giocati

Accolto in Argentina come un nuovo re, un eroe dei due mondi pronto a colonizzare anche la Bombonera, De Rossi ha vissuto mesi difficili a Buenos Aires. Ma non dal punto di vista umano, dove l’ex #16 giallorosso ha conosciuto un ambiente, una tifoseria ed una cultura molto vicine al suo carattere, al suo sentire, alla sua concezione del gioco e della vita. Le difficoltà, sono arrivate dal lato propriamente calcistico con DDR incapace, per via dei problemi fisici, di diventare una colonna, una bandiera ed un perno della formazione di mister Alfaro.

Tra affaticamenti e lesioni muscolari alla coscia destra, il campione romano è riuscito a mettere insieme un solo gol, all’esordio contro l’Almagro in Coppa, appena sei gare in tutte le competizioni e poco più di 360’ (361) di gioco in questi cinque mesi in Argentina. Troppo poco per un talento cristallino ed un calciatore che ha scritto pagine di storia importanti in questa disciplina. Ma la decisione di dire addio al calcio giocato, almeno stando a quanto dichiarato dallo stesso De Rossi, non sembra esser stata condizionata dal suo rendimento col Boca ma da aspetti puramente fisici e affettivi/personali: i tanti infortuni e la nostalgia della sua primogenita Gaia rimasta in questi mesi a Roma. Il futuro? È già scritto: nel calcio. Prima a studiare per diventare allenatore (come papà) e poi in rampa di lancio per assumersi questo onere.

Una vita alla Roma, i primati di De Rossi

Una frase, detta da De Rossi, spiega bene l’amore del #16 per la sua squadra: “Ho un solo rimpianto: quello di poter donare solo una carriera alla Roma”. Diciotto anni con la stessa maglia, 616 partite con la Magica, 49.834’ giocati, 54 assist, 63 gol, mille battaglie ed un palmares magro o, almeno, non all’altezza delle qualità, della generosità e del talento del romano purosangue: 2 Coppe Italia e 1 Supercoppa Italiana. Poco, troppo poco per uno che, come il fratello maggiore Totti, ha rinunciato a diverse offerte pur di restare con l’amata casacca, quella della Roma. Poco per uno che ci ha sempre messo la faccia e che, da capitan futuro, da erede designato del #10 più grande della storia capitolina, si è accomodato negli annali della formazione romana.

Secondo per presenze dietro Totti, 616 caps con la Roma, secondo per presenze in Serie A a quota 459 partite, secondo per presenze in coppe europee con 98 gare internazionali giocate, terzo miglior giovane calciatore per l’Aic (associazione italiana calciatori) in maglia Roma nel 2006, secondo miglior calciatore italiano per l’Aic in maglia Roma nel 2009 e 15esimo calciatore giallorosso sul tetto del mondo con la propria nazionale nonché primo calciatore della Roma per numero di presenze in nazionale, 117 con 21 gol. Cifre che forse non riescono ad esprimere la grandezza di DDR e la sua passione per il club del cuore che però, non meno di un anno fa, ha sbattuto la porta in faccia all’allora capitano a cui, avviatosi sul viale del tramonto, era stato negato il rinnovo.

Magari, un farewall tour, un’annata d’addio, di passerella negli stadi italiani e con la sola, unica maglia mai indossata da Daniele. Ma i vecchi rimpianti, sostituiti da un’esperienza, come detto, amara a Baires, nel Boca, non possono cancellare nuove opportunità e prospettive. Magari con la nuova proprietà giallorossa epurata dai precedenti dirigenti e pure capace di lavare via l’onta del passato per costruire qualcosa di inedito, in ottica futura.

Campione del mondo con l’Italia, 117 presenze e 21 gol in azzurro

L’apoteosi e poi la caduta: Berlino e poi Milano. Solo due tappe di una vita in azzurro lunga 13 anni. Dall’esordio di Palermo con gol contro la Norvegia nel 2004 per le qualificazioni al mondiale 2006 passando per la gomitata a McBride ad Hannover nel mondiale tedesco e poi per il rigore trasformato nella finalissima con la Francia e al trionfo iridato fino alle grida che sanno di rivolta di Milano contro un Ventura che miope vuole pareggiare la gara invece di vincerla nel fatale spareggio con la Svezia, De Rossi si è rivelato grande anche con l’Italia. Patrimonio e risorsa di una nazionale che con lui in campo ha vissuto tutta la parabola ondivaga di questi anni.

Passando dal tetto del mondo, per i tonfi mondiali del 2010 e del 2014, per i quarti di finale dell’europeo del 2008, la finale persa con la Spagna nel torneo continentale del 2012 fino alle Confederations Cup 2009 e 2013. Con un bilancio di una coppa del mondo vinta, nel cielo azzurro di Berlino, all’Olympiastadion (di cui Buffon resta l’ultimo eroe ancora in attività), un terzo posto nella Confederations Cup 2013, un secondo posto nell’europeo del 2012, un campionato europeo Under 21 vinto, sempre in Germania, nel 2004, un bronzo olimpico ad Atene lo stesso anno, il titolo di capocannoniere di Confed Cup a quota 2 gol come Giuseppe Rossi e Balotelli, il quarto calciatore per numero di presenze con la nazionale, a quota 117 caps e la fama di miglior cannoniere da non attaccante del dopoguerra con ben 21 reti siglate.