I numeri parlano da soli. Antonio Conte, da allenatore, ha una media di 1,71 punti in Serie B, di 2,14 in Premier League, di 2,26 in Serie A. In 28 partite di Champions League, però, ne ha ottenuti 1,46. In quattro stagioni (due con la Juve, una con il Chelsea, una con l'Inter) ha centrato un solo quarto di finale, all'esordio in bianconero, un ottavo sulla panchina dei Blues e raccolto due eliminazioni alla fase a gironi. E le sue responsabilità, quell'ambizione che tradisce e irrigidisce nella competizione che più di tutte premia la flessibilità nella lettura degli scenari, si vedono.

L'eliminazione dalla Champions League diventa realtà con la sconfitta contro le riserve del Barcellona. Anche se la formazione blaugrana scesa in campo dall'inizio al Meazza, in termini di cartellini dei giocatori e valori di mercato, vale più dell'undici titolare dell'Inter. E questo la dice lunga.

Barcellona e Dortmund: due rimonte decisive

Le speranze dei tifosi iniziano a svanire quando Lukaku tira addosso a Neto mentre, negli stessi momenti, Brandt firma il gol vittoria del Borussia Dortmund sullo Slavia Praga. Ma l'Inter, che si offre al palleggio di un Barcellona già primo ma carico di giovani di talento, si era trovata costretta a vincere anche per gli errori di gestione e di interpretazione al Camp Nou e a Dortmund. A Barcellona, l'Inter gioca un primo tempo sontuoso poi si schiaccia. Vidal cambia volto ai blaugrana, Conte toglie Sanchez per Gagliardini e si consegna agli spagnoli che affollano la zona intorno all'area. Due cambi tardivi (Politano per Sensi, D'Ambrosio per Candreva) non cambiano lo scenario.

A Dortmund, ancora un gran primo tempo dell'Inter che all'intervallo è avanti 2-0. Nel secondo tempo, il Borussia impone un'altra velocità e ribalta la partita: da 0-2 a 3-2. Le mezzali dei tedeschi salgono, pressano più alte, giocano più larghe e schermano le linee di passaggio. L'Inter non risale il campo e si scopre sugli esterni, soprattutto a destra dove Hakimi fa vivere una serata da incubo a Biraghi. Conte si sfoga con la dirigenza, non ha proprio tutti i torti su una rosa non così profonda, ma le scelte in campo sono le sue. E non hanno pagato.

All'esordio la sua Champions migliore

La sua carriera in Champions League era iniziata con propositi e prospettive diverse. È il 2012-13, ha vinto il suo primo scudetto alla Juve e in Europa passa il girone arrivando davanti a Chelsea e Shakthar Donetsk. L'ottavo contro il Celtic è abbastanza scontato, il quarto contro il Bayern Monaco pure, ma in opposta direzione. Contro i tedeschi, allora uno dei club migliori d'Europa che la Champions quell'anno l'avrebbe vinta, la Juve in fase di avvio del ciclo d'oro può fare poco. I bianconeri perdono 2-0 all'andata e anche al ritorno, quando segna pure Mario Mandzukic.

Non è facile cambiare: quando la sua Juve cadde nella neve

L'anno successivo, la Juve è inserita nel girone con un Real Madrid ingiocabile, il Copenhagen e il Galatasaray. L'epilogo è noto: la Juve perde l'ultima partita in Turchia, iniziata martedì sera, sospesa per neve e finita giovedì, con gol di Wesley Sneijder, scartato dall'Inter. La Juve continua a giocare palla a terra, Vidal e Pogba non si vedono, dall'altra parte funzionano le sponde Drogba. Il Galatasaray è allenato da Roberto Mancini, che è arrivato in corsa il giorno prima della partita d'andata con la Juve. A Torino, forse non sa nemmeno i nomi di tutti i giocatori. Ma la Juve si fa bloccare in casa sul 2-2 da una squadra allo sbando. La sfortuna ci mette del suo nel pareggio in Danimarca, ma se ottieni sei punti in sei partite e ti costringi al tutto per tutto all'ultima giornata, l'eliminazione non può essere solo colpa della neve.

L'esperienza al Chelsea: la Roma l'ha fatto impazzire

Così come non è imputabile solo un Messi deluxe, che festeggia il gol numero 100 in Champions League, l'uscita negli ottavi del suo Chelsea nel 2017-18. I Blues superano il girone al secondo posto dietro la Roma, davanti all'Atlético Madrid e al Qarabağ. Il suo Chelsea sbaglia le due partite contro la Roma. Il 4-3-3 di Di Francesco mette in crisi il 3-4-3 di Conte. Allo Stamford Bridge i giallorossi ribaltano il match da 0-2 a 3-2 prima del definitivo pareggio di Hazard. A Roma, è un dominio giallorosso. Conte dal primo minuto aggiunge un attaccante in più, Pedro, rispetto al suo abituale 3-5-2, poi schiera in difesa l'ex Rüdiger, in costante ritardo per tutta la partita.

Anche allora uscì contro il Barcellona

Il Barcellona potrebbe ancora chiudere al primo posto nel girone, battendo l'Atletico Madrid allo Stamford Bridge. Gli spagnoli conservano alla vigilia qualche speranza di qualificazione: devono vincere e sperare che la Roma non batta il Qarabag, come poi invece avviene. L'1-1 finale non soddisfa nessuno. Il Chelsea va addirittura sotto (testa di Saul al 56′), Conte si affida a Willian poi Savic a un quarto d'ora dalla fine devia nella sua porta il cross basso di Hazard. Il Chelsea potrebbe vincere, ma Morata si fa ipnotizzare dall’uscita di Oblak, Willian tira altissimo un rigore in movimento, Batshuayi non centra la porta. Tre grandi occasioni, tre indizi che diventano una prova.

E complicano maledettamente il cammino in Europa della squadra di Conte. Perché il Chelsea sa di dover affrontare una delle squadre che hanno vinto il girone. Pesca anche male, il Barcellona. I Blues fermano i blaugrana allo Stamford Bridge, finisce 1-1. Ma al Camp Nou non c'è partita. Messi segna due gol e fa segnare il terzo a Dembelé. Addio sogni di gloria. Una storia che si è ripetuta anche quest'anno, per la quarta volta. E non può essere solo una coincidenza.