Perché Faouzi Ghoulam è stato accantonato da un momento all'altro? Ufficialmente è infortunato, noie muscolari lo terrebbero fuori dalle scelte di Carlo Ancelotti. Spifferi di spogliatoio dicono che il difensore algerino stia pagando una parola di troppo sussurrata nell'orecchio di qualche compagno di squadra. Riflessioni sul futuro, sulle scelte da fare, sulle prospettive che può offrire questa società rispetto agli orizzonti dorati (e forse vincenti) di altri club più blasonati.

E chi sarebbero stati i destinatari di consigli spassionati? Anche Kalidou Koulibaly – distratto come non mai pure lui dalle voci di dentro e di fuori… – che a fine campionato con ogni probabilità lascerà il Napoli, soprattutto se l'epilogo della stagione attuale dovesse abbattersi come napalm e bruciare ogni cosa: dai proclami estivi dell'allenatore, che non è giunto per ‘pettinare le bambole' e si ritrova a prenderle per i capelli, fino ai piani della proprietà che, più ancora senza il conforto dei milioni della Coppa, è decisa a premere il tasto reset e a rifondare. Iniziando dalla panchina sulla quale – nonostante le dichiarazioni presidenziali – l'attuale allenatore non è affatto saldo. E non è solo una questione di risultati che non arrivano rispetto a un ‘mercato da dieci e di obiettivi raggiunti per la lotta scudetto' (come disse a margine della scorsa sessione).

Peggio del turnover c'è solo l'insofferenza di buona parte del gruppo che – come si dice in gergo – non ci sta capendo più niente rispetto a un assetto fin troppo variabile e poco adatto alle caratteristiche degli interpreti. Peggio del turnover c'è quel ‘non essere d'accordo' sulla decisione di andare tutti in ritiro imposta dal presidente dopo il tonfo di Roma e in classifica. Peggio del turnover c'è lo scontro frontale tra la squadra e De Laurentiis. Peggio del turnover sono cattivi pensieri, incomprensioni, ansie che hanno messo fine alla luna di miele iniziata con la foto spalla a spalla assieme al patron e con le pistole in pugno (ricordate l'immagine del suo arrivo in azzurro?). Peggio del turnover è quando l'amore finisce, sul tavolo restano i conti da pagare e coi fichi secchi riesce difficile confermare le promesse di matrimonio.

Che succede a Dries Mertens e a José Callejon? La risposta è più facile e abbraccia il nodo rinnovi, compresi quelli di Milik, Zielinski e il malpancismo di Allan. La loro professionalità non è in discussione ma se in campo non vanno con gli occhi della tigre (e in certe occasioni sembrano più quelli di un micetto bagnato) una motivazione c'è. Sentirsi dire che ‘se preferiscono andare a fare le marchette in Cina sono liberi di farlo' è spiegazione abbastanza semplice, chiara, diretta, verace, plausibile considerando rapporto qualità/prezzo, investimento, usura del capitale umano in relazione alla politica societaria. Qui, però, la domanda è un'altra: perché arrivare a un anno (nel caso dello spagnolo) oppure a pochi mesi (nel caso del belga) dalla scadenza del contratto e non risolvere prima certe questioni? Li confermi o li cedi, monetizzi, reinvesti e riparti. Oppure… oppure togli la spoletta alla bomba e te la lasci scoppiare in mano. È quello che ha fatto il Napoli, nemmeno fosse un tric-trac di Capodanno.

Senza difesa. Dice Manolas che se una squadra prende gol – il Napoli ne ha incassati 15 in 11 partite – non è colpa di un solo calciatore o della difesa. E pure ha ragione l'ex romanista, tra gli acquisti più costosi della scorsa campagna trasferimenti. Il vento che soffia da Castel Volturno racconta che tra lui e il compagno di reparto, Koulibaly, più che questione di posizionamento in campo sia questione di feeling. Sei gare sono poche, fa notare il greco. Riusciranno mai a trovare la giusta assonanza?

Lorenzo Insigne è capitano solo di nome o anche di fatto? Il 24 è rimasto a Napoli perché non sono arrivate offerte congrue rispetto alla richiesta del club. Un equivoco mai chiarito e deflagrato in questa stagione dopo le avvisaglie di quella scorsa. Un'aggravante, non un'attenuante per il calciatore che si ritiene ‘magnifico' e per la dirigenza che lo avrebbe venduto volentieri. Nel suo caso la differenza è tutta nella sfumatura tra l'autorità della fascia che porta sul braccio e l'autorevolezza che in pochi – compresa parte dei compagni di squadra – gli riconoscono. Insomma, tra lui e calciatori carismatici come AlbiolPepe ReinaHamsik che non ci sono più (e non sono mai stati sostituiti con altri di personalità pari o superiore) c'è la riflessione sull'eterno dilemma scandito da Toto': ‘Siamo uomini o caporali?'. Tra l'essere una squadra solo forte e una vincente.