Caviglie a pezzi e un dolore divenuto insopportabile. Per Gabriel Omar Bastituta affrontare l'operazione è stato come una liberazione, l'ultimo tentativo per "provare a camminare come una persona normale", come lui stesso ha ammesso dopo essersi sottoposto all'intervento. Batigol, il bomber che faceva tremare le difese avversarie e sparava reti a raffica, ha appeso le scarpette al chiodo nel 2005 e da allora niente è stato più come prima. Poco alla volta le cartilagini della sue articolazioni si sono assottigliate fino a scomparire, usurate dal tempo, dal lavoro duro e dai colpi presi in campo. E il malessere è aumentato in maniera esponenziale fino a rendergli difficile la deambulazione.

L'operazione era una soluzione alla quale pensavo da almeno 6, 7 anni – ha raccontato Bastitusta nell'intervista a Sette del Corriere della Sera -. Fra 40 giorni, una volta che mi sarà tolto il tutore, capirò se riuscirò a camminare come tutti e soprattutto se il dolore è andato via.

Un tormento. È così che ha definito le proprie condizioni lenite da analgesici e altri rimedi rivelatisi solo palliativi rispetto alla situazione generale. Finire sotto i ferri era la soluzione estrema dopo aver tentato a lungo di superare il problema alle caviglie con terapie conservative.

La situazione è peggiorata da quando ho smesso di giocare al calcio – ha aggiunto Batistuta -. Per me era diventato impossibile fare qualsiasi movimento, anche il più semplice. E l'attrito osso contro osso è stato terribile. Ho avuto lo stesso problema di van Basten, che ha deciso di chiudere la carriera a 28 anni.

Il racconto di Batistuta è da brividi. Le sue parole fanno accapponare la pelle e tracciano i contorni del livello di disperazione raggiunto per il dolore fortissimo. E dell'attaccante campione d'Italia con la maglia della Roma resta solo un ricordo sbiadito.

C'erano giorni in cui non riuscivo nemmeno a scendere dal letto. Piangevo per il dolore e per la rabbia. Stavo così male che chiesi a un amico medico di amputarmi le gambe perché non ce la facevo più. Quella per me non era più vita.