Quattro partite di campionato, quattro vittorie, primato in Serie A con dodici punti. Poi è arrivata anche la vittoria nel derby col Milan ad alimentare entusiasmo dopo l'amarezza del flop in Champions con lo Slavia Praga. L'Inter di Antonio Conte mette la freccia, sorpassa la Juventus e guarda tutti dall'alto. A San Siro si vivono emozioni forti rispetto a pochi giorni fa tant'è che a fine match il tecnico sfogherà tutta la propria tensione catapultandosi in campo, abbracciando i calciatori e correndo con loro sotto la curva dei tifosi. Quell'esultanza sopra le righe non è passata inosservata né tra i sostenitori nerazzurri (che non hanno mai dimenticato il suo passato da rivale storico tra le fila della ‘vecchia signora') né tra quelli bianconeri (che non digeriscono oggi di vederlo sulla panchina della squadra con ‘lo scudetto di cartone').

In conferenza stampa l'ex commissario tecnico della Nazionale, oltre a dirsi soddisfatto per la prestazione, ha spiegato come la professionalità che lo contraddistingue lo porti a dare il massimo per l'Inter a prescindere dal suo passato da juventino. In poche parole: fare l'allenatore è il suo lavoro e se una società lo ritiene funzionale al progetto affidandogli la guida della rosa perché dovrebbe lasciarsi condizionare? I risultati prima di tutto: non c'è modo migliore per mettere a tacere pettegolezzi da bar.

Avverto tutti i giorni la grande responsabilità del mio ruolo. Metterò tutto me stesso per l’Inter, perché nel momento in cui sposo una causa sono un grandissimo professionista e divento il primo tifoso della squadra, al di là che si possa vincere o perdere – ha spiegato Conte -. Oggi non dormo per l’Inter e questo è innegabile ma mi è successa la stessa cosa anche durante le mie esperienza con la Juventus, con il Chelsea e quando ho ricoperto il mio incarico in Nazionale.

Non devo essere accettato, né dare spiegazioni: voglio che la gente capisca che io do tutto me stesso per l’Inter e sarà così fin quando lavorerò per questa società. E rimarrò un tifoso dell'Inter anche quando me ne andrò ed è. Perché non dovrei? È stato così anche per il Chelsea e le altre squadre che ho allenato”.