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Agnelli trascina il calcio italiano verso il futuro. Nel silenzio tombale delle istituzioni

Il presidente della Juventus getta la spugna e propone una riforma radicale ed immediata del mondo del calcio italiano. Dai campionati ai contratti con i giocatori fino ad arrivare alla tutela dei marchi. Senza dimenticare la giustizia sportiva, da rifondare. Intanto, Lega, Figc e Coni restano in silenzio. Perchè?
A cura di Alessio Pediglieri
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agnelli futuro calcio

Il futuro è già incominciato. Almeno in casa Juventus dove oggi, nell'assemblea degli azionisti, il presidente Andrea Agnelli ha ribadito la propria ferma volontà di erigersi a comandante del cambiamento strutturale che l'intero mondo del calcio italiano si deve apprestare a sostenere.
Presunzione? Forse, ma la sensazione è che il sistema del  pallone italico stia davvero navigando a vista da oramai troppo tempo e che si debba pretendere una rifondazione radicale con riforme sia da un punto di vista della giustizia sportiva sia da un punto di vista formale con la ristrutturazione dei campionati e la rielaborazione dei contratti in essere.
"Il mondo del calcio si sta evolvendo – ha sottolineato il presidente bianconero – e non aspetterà l'Italia". E con questo slogan, la Juventus si appresta a ‘recuperare' il terreno perso all'interno del Palazzo, volendo diventare il capo-cordata di una nuova essenziale rinascita.

“ dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale ”
Andrea Agnelli
La Juve ‘pioniera' trascina il calcio – Se si lasceranno da parte i dissapori e le liti da condominio (come quella sui risarcimenti di Calciopoli
) che da sempre popolano il mondo del calcio italiano, la presa di posizione di Andrea Agnelli può anche essere vista come un ‘outing‘ coraggioso e unico.
Assumendosi la responsabilità di ciò che potrebbe accadere, ma forte di quanto già dimostrato da un anno a questa parte con la nascita del primo stadio di proprietà in Serie A e il progetto concreto di una Cittadella bianconera fatta di ‘servizi' ai tifosi, il numero uno della Vecchia Signora getta la spugna ed esplicita un proprio punto di vista che non ammette discussioni.

Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento

Eccolo il discorso agli azionisti di Agnelli che pretende un cambiamento repentino e radicale, con la Juventus pronta a diventarne forte parte attiva, anche approfittando dell'imminente anniversario (90 anni) del coinvolgimento della famiglia Agnelli nella Juventus. Idee chiare, già ribadite in altre sedi ma oggi ancora più determinate. Nessun cedimento, nessun dietrofront o rallentamento: o si cambia o si muore, verrebbe da dire e il messaggio è proprio questo.

La Juventus ha sempre promosso i principali cambiamenti nel mondo del calcio. Non intendiamo sottrarci a questa missione – ha aggiunto Agnelli – Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo. Il mondo del calcio si sta evolvendo, ma non aspetterà l'Italia. Questa è una presunzione mortale.
La Juventus sostiene una riforma strutturale del calcio professionistico.

“ Nel calcio c'è un tarlo e i primi che lo rovinano stanno al suo interno. Ora pensiamo alle riforme ”
Giovanni Petrucci
L'assenza delle istituzioni – Probabilmente questo discorso non sarebbe dovuto arrivare da un presidente di un club di serie A ma da altri vertici dirigenziali. Di certo vicini o legati alla Lega Calcio e alla stessa Figc. Loro, con il coinvolgimento del Coni, avrebbero già da tempo dovuto dire pubblicamente ciò che ha esternato Agnelli che – ovviamente – si è sottoposto alle critiche che non tarderanno arrivare. Beretta, in qualità di presidente di Lega, Abete come presidente Figc, Petrucci in qualità di numero 1 del Coni: sono loro che si sarebbero dovuti esporre, invece di difendere ad oltranza la giustizia sportiva, palesemente deficitaria di un'equità basilare. La ‘scesa in campo' di Agnelli, da questo punto di vista è una formale denuncia della mancanza di posizione presa dalle istituzioni.
Il discorso di Agnelli e della Juventus va anche oltre ed entra nello specifico. Si parla di riforma della giustizia sportiva, di riforma dei campionati, degli statuti, dei contratti e delle leggi in essere. Dai dibattiti sui nuovi impianti ai processi sommari, fino alla tutela dei marchi e dei tesserati.
Non sono parole a vuoto: solo l'anno scorso il campionato iniziò con una giornata di ritardo proprio per uno sciopero di categoria dei calciatori che pretendevano una riforma sul proprio status mai arrivata e solamente abbozzata dalla Figc. Sugli stadi di proprietà è da stendere un velo pietoso su ciò che sta accadendo in Italia, il Paese delle scaramucce. Basti pensare alla situazione paradossale di Cagliari e quanto è avvenuto, proprio per una diatriba tra presidenza e Comune, per la partita Cagliari-Roma a tavolino vinta dai giallorossi per le provocazioni di Cellino.

Occorrono la riforma dei campionati, del numero delle squadre professionistiche e del settore giovanile, la riforma dello status del professionista sportivo, la riforma della legge Melandri, senza tornare alla contrattazione individuale, ma con una migliore applicazione dei suoi principi. Altro punto fondamentale è la tutela dei marchi, è necessaria anche una legge sugli impianti sportivi e la riforma della giustizia sportiva che non può trattare investimenti da milioni di euro come le liti da piccolo circolo sportivo

Una radiografia precisa dell'attuale sistema italiano debole sul piano prettamente sportivo, economico e politico. Insomma, non contiamo più nulla e se anche i risultati ci si rivoltano contro con una tre giorni europea orribile, fatta di una sola vittoria (al 90′, in Inter-Partizan 1-0) tre sconfitte (il Milan in Champions e in Europa League Il Napoli contro il Dnipro e l'Udinese con lo Young Boys) e un pareggio (la Lazio, su autorete), allora è davvero giunto il momento di dire basta.

Che, però, lo dica un presidente di una società e non gli organi istituiti nel calcio, questa sì che è una vergogna.

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