I calciatori della Turchia lo hanno rifatto, anche contro la Francia hanno ripetuto il saluto militare, il gesto di sostegno all’azione di guerra denominata “Primavera di Pace” (e questo non sarà l’unico ossimoro) con cui il presidente Erdogan ha attaccato il nord della Siria ufficialmente per “evitare la creazione di un corridoio del terrore nei loro confini”, ma in realtà si tratta dell’ennesimo cruento attacco al popolo curdo che non risparmia civili, donne e bambini. La squadra di Şenol Güneş anche al termine del match contro i transalpini allo Stade de France ha festeggiato sotto la curva con quell'esultanza che fa il paio con i post del romanista Under e dello juventino Demiral, che già in precedenza si erano esposti a favore dell'attacco contro i curdi. Ora, al di là se questo “sostegno” sia vero o forzato dalle possibili ritorsioni che Erdogan potrebbe avere nei loro confronti e delle loro famiglie, si tratta di un gesto che in Occidente ha provocato grande indignazione.

Questione Turchia: le richieste di provvedimenti alla Uefa e ai club italiani

Levate di scudi (giustamente), sono arrivate da tutte le parti del mondo e anche dall’Italia: si chiede alla Uefa (quindi al calcio) di prendere provvedimenti nei confronti della Turchia e di cambiare la sede della prossima finale di Champions League che si dovrebbe tenere nel prossimo maggio proprio ad Istanbul; si chiede ai club, in questo caso a Milan, Roma e Juventus di prendere dei provvedimenti drastici nei confronti di Calhanoglu, Under e Demiral che hanno manifestato pubblicamente il loro appoggio alla guerra scatenata dalla Turchia, magari applicando la stessa linea dura che ha portato il St Pauli, club tedesco di seconda divisione, a “svincolare” il calciatore turco Sahin Cenk, reo di aver postato su Instagram il proprio appoggio all'azione militare di Erdogan contro i curdi al confine siriano.

Niente da ridire su tutto ciò. Anzi, a parte il fatto che alcuni politici cerchino di sensibilizzare sul tema l’organo di governo europeo sbagliato (la Uefa anziché la Ue), è un’indignazione ampiamente condivisibile. La cosa che lascia però perplessi è un’altra: questa levata di scudi globale sarà sostenuta fino alla fine oppure andrà ad aggiungersi alle già lunga lista delle “ipocrisie del mondo del calcio”? La domanda sorge spontanea se si pensa ad alcune palesi contraddizioni “di pensiero” in merito agli eventi di carattere politico che vanno ad intersecarsi con il calcio (anche il nostro calcio).

Guerra Ucraina-Russia: il calcio europeo si volta dall'altro lato

Si pensi al fatto, per esempio, che la Uefa stessa da anni accetta di non far incontrare tra loro squadre russe e ucraine in conseguenza alla crisi politica e militare tra i due paesi, ma nessuno, neanche quelli che oggi invocano a gran voce il pugno duro da parte degli organi di governo del calcio, ha mai chiesto l'esclusione di Mosca dalla Federazione Europea. Eppure, anche se ormai non ne parla più nessuno, il conflitto del Donbass, cominciato nell’Aprile del 2014, ha già fatto più di 10 mila vittime, molte delle quali civili, tra cui anche donne e bambini.

La ‘ricca' Supercoppa in Arabia Saudita: anche l'Italia chiude gli occhi

O ancora si pensi al fatto che la Lega Serie A, quella stessa Lega che da anni si batte contro il razzismo e la violenza sulle donne e contro ogni forma di discriminazione, per motivi esclusivamente economici organizzi da alcuni anni la finale della Supercoppa Italiana in un paese come l’Arabia Saudita in cui da sempre vi sono acclarate, riconosciute e accertate violazioni dei diritti umani e in cui i diritti delle donne sono praticamente inesistenti. E anche qui, tante parole, tante critiche, ma nessun vero atto tale da convincere la Lega a fare marcia indietro, tant’è che, in virtù degli accordi economici-commerciali firmati qualche anno fa, anche Lazio-Juventus del prossimo dicembre si giocherà a Ryad.

Ci sarà risposto che il calcio non ha nulla a che fare con la politica, che non dovrebbe occuparsi di queste faccende. E ancora che non ci si possono attendere gesti eroici dai club, o dai calciatori che, in fondo, stanno facendo solo il proprio lavoro. Ma ci si dimentica che il calcio è uno dei più efficaci strumenti per veicolare messaggi a livello globale e, pertanto, in qualche modo avrà sempre a che fare con la politica sia quella nobile che quella più sporca. Quindi basta con questa scusa, il calcio è politica eccome. Sarebbe ora dunque che si cominciasse a cambiare paradigma e si iniziasse a mettere da parte l’ipocrisia che, data la portata e l’incidenza, non può più essere giustificata.