La storia di Javier Portillo, talento mancato del calcio spagnolo, ha davvero dell’incredibile. Il piccolo Javier sognò e vestì quasi subito il bianco del Real Madrid, a soli dodici anni, e lo fece senza passare inosservato. Una trafila perfetta nel settore giovanile con i gol che piovono in quantità tali da far quasi perderne il conto. Il bilancio totale, parla di una cifra monstre: 729 reti. Più di Emilio Butragueño, anche più di quel Raul Gonzalez Blanco che ha scritto la storia del club. Ma il suo destino non è stato proprio come il loro.

I primi gol che fecero impazzire il pubblico di Madrid.

I gol si sprecano anche nel Castilla, la squadra B del club. L’esordio coi grandi è da predestinato, con una gol dalla distanza che valse il pareggio nel match contro il Panathinaikos in Champions League. La stagione 2002/2003 sembrava poi poter essere quella della consacrazione: 22 presenze e 13 gol, tra i quali spicca l’eroica rete che salvò il Madrid vicina ad una prematura eliminazione europea per opera del Borussia Dortmund.

Ai margini del Real Madrid di Queiroz.

Sembrava tutto filare per il meglio, ma il copione cambia improvvisamente nell’estate successiva. Al Bernabeu cambiò qualcosa, Del Bosque, l’uomo che lo aveva lanciato nella magica serata di Dortmund, fu cacciato, e la carriera di Javier viene messa improvvisamente in bilico. Con Queiroz in panchina, Portillo finisce ai margini e il padre sollevò ombre addirittura su sua maestà Raul, accusato di non passare il pallone e di non voler far emergere il suo naturale erede che minacciava seriamente di soffiargli il posto.

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Il rilancio alla Fiorentina.

Quando tutto sembrava non girare nel verso giusto, ecco che per Javier arrivò la possibilità della Fiorentina tornata in Serie A dopo il fallimento della società e il purgatorio della C2, e Portigol non ha dubbi: “Vi porto in Uefa, magari anche in Champions”. Per lui però due gol in Coppa Italia contro Como e Verona, uno in Serie A contro il Chievo che però, non valse la conferma in viola. A gennaio il Real chiamò e Portillo tornò in Spagna con un bottino di gol davvero magro. Dopo l’esperienza in Toscana, ecco il Bruges, dove segnò 11 gol in 32 presenze in Belgio, altrettanti poi in 34 partite con il Gimnastic di Tarragona che però non impedirono al club l’amara retrocessione in Segunda Division a fine stagione.

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L’addio definitivo ai blancos e il lungo girovagare.

Nell’estate 2007 l’amore fra Portillo e il Real Madrid terminò per sempre. Toccò quindi all’Osasuna recidere il cordone ombelicale che lo lega a mamma Real, sborsando tre milioni di euro per portarlo a Pamplona: un milione abbondante per ogni gol in pratica, perché Javier, di gol, ne mise a segno soltanto 3 in due campionati e mezzo prima di scendere in Serie B, dove lo aspettava l’Hercules di Alicante. Il palcoscenico si è ristretto e non di poco, ma Portillo sembrava ispirato da quell’ambiente: in metà stagione mise a segno cinque gol, ma quella più importante, fu quella che valse il ritorno in Liga dell’Hercules dopo tredici anni di assenza.

All’Hercules Alicante trovò l’amore.

Ma la vittoria più grande, arriva quando Portillo ad Alicante incontrò una donna che diventò la sua nuova donna. La ragazza si chiama Laura Ortiz, la figlia di Enrique Ortiz presidente dell’Hercules. Javier e Laura, nel 2012 diventano anche genitori del piccolo Tiago. Il presidente Ortiz, che nel frattempo aveva ceduto Portillo al Las Palmas, fece carte false per riaverlo ad Alicante, cacciando allenatore e direttore sportivo pur di riportare il genero, con figlia e nipote a seguito, dalla Canarie all’Hercules.

L’addio al calcio giocato a 33 anni.

Javier tiene duro per una stagione e mezzo prima di mettere, a sorpresa, la parola fine, alla sua carriera. Il 28 dicembre 2015, Portillo appese le scarpette. A trentatré anni, nel pieno della maturità quindi, decise che era meglio finirla lì. Di lui resterà per sempre negli occhi un lampo, quel gol con la maglia dei blancos, col numero 18 e la scritta Portillo sulle spalle di colore blu. La maglietta del Real Madrid, il suo sogno e quel lungo girovagare in Europa, passando anche in Italia, che però non gli hanno mai consentito di esprimersi al meglio, ma che gli hanno permesso di incontrare la donna della sua vita, un traguardo che vale più di vincere anche una Champions League.

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