Uno scudetto, una città. Alle 17.47 del 10 maggio 1987 Napoli entra nella geografia del pallone come quindici anni prima, Brera insegna, Cagliari aveva portato la Sardegna de facto in Italia. Napoli, spiegava lo scrittore Maurizio De Giovanni, è un marchio, non un luogo. Un'identità dal confine mobile, dalle mura di gomma, che ti segue ovunque, che con te si sposta e non ti abbandona. Napoli è sogno e miracoli, è sangue che si scioglie e profumo di caffè, è un impasto di pregiudizi e di passioni troppo spesso definito solo per categorie preconcette.

L'eredità del trionfo.

La Napoli di oggi, di De Laurentis e Mertens, di Callejon e Insigne, è ricordo e cazzimma, è provincia e mondo insieme. È la bellezza del gesto, l'invenzione di un meccanismo bello e complesso, superbamente fragile. È l'eredità di quella storia, il marchio di un passato che nutre le ambizioni e trasforma una sconfitta contro il Real Madrid dei record in un fallimento. Nel campionato dei fatturati e delle polemiche, delle milanesi di Cina che fanno di tutto per evitare il sesto posto, il secondo non basta più a una città che ha conosciuto il gusto del trionfo solo due volte nella sua storia. E quella prima ha cambiato gli orizzonti, per cui tre giocatori in doppia cifra e gli applausi d'Europa ancora non bastano più.

Oggi la visione insieme terragna e filosofica di Sarri viene anche messa in discussione per una ripetizione di applicazioni non sempre efficaci soprattutto contro le piccole. E non esaltata, come forse meriterebbe, per aver portato un gruppo a diventare squadra, per aver portato il Napoli a offrire il meglio del calcio che può offrire. E quell'esplosione di gioia collettiva, in un calcio in cui ancora si giocava tutti insieme la domenica pomeriggio e i gol si vedevano solo alle 18,10 con Paolo Valenti, non sarebbe più possibile in un mondo del pallone che trent'anni dopo si muove al richiamo e al profumo dei soldi.

Ferlaino: quel giorno capimmo le due Napoli.

Napoli si porta dentro la storia della capitale di un regno, la miseria e la nobiltà, la tragedia e il carnevale. Napoli è mille colori, ma per un giorno, per un momento, corse tutta insieme a vedere il colore del vento. Quel vento del cambiamento col volto e il nome di Diego Armando Maradona. Quell'azzurro che tinteggiava ogni angolo, ogni auto, ogni maglia e ogni volto. L'azzurro del sogno realizzato, della prigionia finita, l'azzurro della rivincita. Per la prima volta, una città del sud ha vinto il campionato di Serie A.

"Avevo sempre lottato per questo sogno mio e dei napoletani di vincere lo scudetto – ha detto all'Ansa Ferlaino – più volte ci siamo andati vicini, ma alla fine ci mancava quella fiducia in noi stessi, quello spirito vincente. A fine gara mi infilai in auto con mia moglie e l'allora direttore de Il Mattino, Pasquale Nonno, girammo per la città in festa, vedemmo le diverse manifestazioni di gioia tra Chiaia e Forcella, capimmo fino in fondo quelle due Napoli che spesso non si parlano".

Maradona eroe di un'impresa collettiva.

Due Napoli in piazza insieme, per una sola festa, che coinvolge perfino il cimitero dove campeggia uno striscione trionfo di umorismo nero: "E che vi siete persi". La festa di e per il D10S, per l'eroe venuto a completar l'impresa, a sollevare una città contro l'altra Italia, quella dei potenti e dei milioni, della Juventus e dell'Inter, di cui si celebrano deridenti funerali per la città. Il santo laico di una sacra liturgia domenicale racchiude il senso di un'alchimia collettiva, di uno spirito di rivalsa, di un affetto anche eccessivo, della stretta di un mondo che nel calcio cerca un mondo nel quale valga la pena di trovare un posto. Ma quel primo scudetto non è solo il trionfo di Maradona.

È la vittoria di Bruscolotti, che al 10 maggio 1987 ha dedicato il suo ristorante, del “Tota” Francesco Romano, il primo che Maradona abbraccia alla fine di quel leggandario Napoli-Fiorentina, pescato da Marino alla Triestina e chiamato a mettere ordine in squadra. È la vittoria di Caffarelli, napoletano del centro cresciuto nel settore giovanile d’una formazione che nel 1978 aveva vinto il titolo Primavera. “Quando vedo qualcuno festeggiare” ha detto al Corriere dello Sport, “ripenso a quelle ore, immediatamente successive alla conquista matematica: alla città che sembrava assediata. Avessero lanciato una monetina, non avrebbe toccato terra. Era una forma di contagio meravigliosa. Qui il calcio è qualcosa in più di una passione, sa di fede, quasi fosse una religione”.

È la vittoria del direttore generale Italo Allodi, che quella squadra plasma e assembra con artigiana competenza ma non partecipa alla festa per il titolo, col braccio sinistro paralizzato per un ictus. È il trionfo di Bagni a Giordano, di Garella e Carnevale, che firma il vantaggio azzurro, in un San Paolo gremito da 90 mila spettatori e oltre cento striscioni che parlano di scudetto, contro la Fiorentina. Il pareggio di Baggio, che con un gol alla Maradona, davanti a Maradona, salva i viola, completa e insieme avvia una festa collettiva. Non a caso, il Mattino, il quotidiano cittadino, titolerà a tutta pagina “Vincenapoli” il lunedì successivo.

La stagione: cruciali le vittorie sulla Juventus.

Non era cominciata bene, però, la stagione della storia. Il 20 settembre, dalla stanza numero 509 della clinica Sanatrix, Cristiana Sinagra, 22 anni, annuncia di aver partorito un figlio nato da una relazione con il Pibe de Oro. “Mio figlio è il figlio di Maradona. E’ frutto del nostro amore. Lo chiamerò Diego Armando junior”. Maradona, che alla prima giornata di campionato scherza in dieci metri tutta la difesa del Brescia, il primo ottobre 1986 stampa sul palo un rigor a Tolosa: finisce qui, per questione di centimetri, la Coppa Uefa degli azzurri. Poi il Napoli Dopo il Napoli batte il Torino 3-1: la prima vittoria interna dell’anno con gol in rovesciata di Bagni,il primo gol di Ciro Ferrara in Serie A e il primo gol stagionale di Bruno Giordano. Il 9 novembre 1986 il calcio diventa letteratura. Al Comunale, contro una Juve abbattuta dalla sconfitta ai rigori contro il Real Madrid, il Napoli domina su un campo dove non vinceva da 29 anni.

È un successo dalla forza simbolica quasi letteraria, un 3-1 chiuso dal contropiede perfetto lanciato da Carnevale e completato da Volpecina, onesto terzino casertano al Napoli solo per quella stagione. “ Al termine della partita, Diego Armando Maradona s’è schierato al centro del campo per ricevere gli ultimi applausi mentre Michel Platini, il “re nudo” di questo momento bianconero, lasciava frettolosamente il terreno per dirigersi verso gli spogliatoi. La Juventus ha perso con il Napoli, Platini è stato sconfitto da Maradona” scrive Silvio Garioni sul Corriere della Sera.

Il Napoli scatta così in testa per la prima volta in stagione da solo. Raggiunto dall'Inter il 4 gennaio 1987, nel penultimo turno di andata, il Napoli si riprende il primato solitario in classica col 3-0 all'Ascoli. Nel campionato dello scudetto, le magie di Maradona si sprecano, non solo nel 2-1 al ritorno sulla Juventus. Vedere per credere la torsione di testa a pelo d'erba contro la Sampdoria, le magie e il gol quasi dalla riga di fondo contro il Milan. È il 26 aprile 1987 e al San Paolo già si canta “Vinceremo, vinceremo il tricolor”.

Carnevale, Baggio, poi la festa.

Il resto è storia. Il 10 maggio, alla penultima giornata, la prima punizione capolavoro del Divin Codino non rimanda la festa. L'Inter perde contro l'Atalanta, che comunque non eviterà la retrocessione, e “O’ surdato nnammurato riecheggia al San Paolo. Sugli spalti si srotolano i teloni con lo scudetto, Maradona va sotto la tribuna con Claudia, rientrata da Buenos Aires con la piccola Dalmita nata 38 giorni prima e i suoi genitori, papà Chitoro, la sorella Maria e tre suoi fratelli. Chiama Bruscolotti, che l'anno prima gli aveva ceduto la fascia di capitano in cambio di una promessa: è la mia ultima occasione, fammi vincere lo scudetto. In spogliatoio ruba il microfono a Giampiero Galeazzi e intervista i compagni che intanto cantano “ohi mama mama mama, sai perché mi batte il corazòn, ho visto Maradona, ho visto Maradona”.

Tutta Napoli si dipinge d'azzurro, una bandiera sventola anche sull’altoforno numero 4 dell’Italsider a Bagnoli, a 120 metri d'altezza. È una festa appassionata, che cancella anche i pregiudizi sulla Napoli del caos, dell’entusiasmo balordo. La festa di una città intera, mai così unita.