Il campione di tutti. La forza tranquilla che ha divertito e rappresentato una generazione meglio di chiunque altro. Compie 50 anni Roberto Baggio, e da quando non gioca più non è più domenica. Idolo globale prima di Neymar e di Messi, ultimo attaccante italiano Pallone d'Oro, amato dai tifosi del mondo perché è del mondo che era figlio, non capito dagli allenatori che identificavano i suoi anni con una rivoluzione tattica scritta nei dogmi del sacrificio del talento individuale nel nome delle immutabili formule collettive. Ha trascorso il compleanno in maniera speciale, nelle zone terremotate tra Norcia e Amatrice, segno di una sensibilità particolare dell'uomo prima ancora dell'ex calciatore.

Rivoluzionario – La finta che inganna Kadlec e Stejskal a Italia '90, epifania di un passato destinato a sparire, diventa la sottile linea rossa che anticipa il cambio di paradigma, il Milan di Sacchi, il 4-4-2 come via della felicità. A Torino ha attraversato la zona integrale e il solo annunciato calcio champagne di Maifredi, il calcio all'italiana del Trap e l'atletismo del primo Lippi. Conquista la Uefa e la convinzione di dover trovare una strada diversa. Ma cerca la sua espressione dove non dovrebbe, dentro un altro mondo e un'altra squadra che non concepiscono le pennellate del suo stile rinascimentale: il Milan di Capello.

Art pour l'art – “Il calcio è diventato troppo complicato. Non mi diverto più. Ma spero di far divertire chi paga” dice. Anche qui vince uno scudetto ma non da protagonista. È il destino beffardo di chi vede il calcio come l'impressionismo concepiva l'arte, come disimpegno en plein air. Di chi interpreta il successo come viaggio, non come destinazione, e più che la fama mette in primo piano quel che fa per costruirla e meritarla.

La provincia del pallone – Ha trovato la sua dimensione in provincia, che più apprezza e rispetta il cantore di un divertimento antico, l'espressione che racchiude il senso della passione per il pallone. L'icona che identifica e racconta lo spirito del rifiuto nostalgico del calcio moderno oggi così diffuso, anche un po' per moda. Si è sentito a casa dove ha in qualche modo respirato, ritrovato, l'aria di casa.

Da Caldogno al mondo – In fondo, non poteva che andare così il viaggio del simbolo di Caldogno, paesino fondato dall'omonimo Calderico. Papà Florindo ama la bicicletta e chiama il più piccolo dei fratelli Eddy come Merckx. È stato calciatore dilettante, il pallone è scritto nella sua storia e nei nomi che i figli si portano addosso: Walter come Speggiorin, Giorgio omaggio a Chinaglia, Roberto come i suoi due grandi idoli, Boninsegna e Bettega.

"Sei il mio Zico" – Da piccolo si allena a tirare le punizioni mirando ai lampioni: diventa così per tutti Guglielmo Tell. Il suo primo allenatore, che è anche il fornaio del paese, si gongola quel bambino prodigio. Lo prende il Vicenza, segna 110 gol in 120 partite nelle giovanili e Giulio Savoini, uno dei suoi primi maestri, se lo coccola. “Sei il mio Zico”, gli dice. E non c'è marchio di qualità migliore per il non ancora Divin Codino, che all'epoca è solo il piccolo Roberto ma a casa ha già una collezione di cassette del numero 10 brasiliano.

Nove e mezzo – “Baggio gioca in C1, è carinissimo, ha i ricciolini e vive di Zico. Le sue punizioni, i suoi tiri arcuati, i suoi pallonetti, le finte, i dribbling. Zico è la corsa all'oro, Zico è il miraggio, Zico e' la strada. E Roberto corre e viaggia e segue il sogno” si legge in un articolo della Gazzetta dello Sport. Zico è la gioia del calcio, non come Platini, l'idolo di Del Piero che non ha mai scaldato il cuore di Baggio. Le Roi, peraltro, l'ha ricambiato con quella tagliente cortesia, quella fredda perfidia che nasconde uno dei ritratti comunque più noti di uno dei campioni più amati d'Italia. "Baggio? Un'incompiuta, un nove e mezzo”. Un nove e mezzo da 291 reti in carriera, di cui 205 in A, 27 con la maglia della Nazionale, 32 nelle Coppe europee, 36 in Coppa Italia, 1 in Supercoppa italiana.

Pasadena –Elogio dell'imperfezione, sottolineatura del limite, il destino dell'unico italiano che ha segnato in tre diversi Mondiali, ma più che per la doppietta alla Nigeria che ha tolto gli azzurri dalla scaletta dell'aereo di ritorno dagli Usa è ancora ricordato per il rigore alle stelle di Pasadena.

Solitudini – «Ricordo, o per meglio dire percepisco, distintamente, come se lo rivivessi tutte le volte, il volo sgraziato della palla, il silenzio dei miei tifosi, il boato degli altri, l’abbraccio di Riva. Ma nessun abbraccio avrebbe potuto curare la mia solitudine. Ancora una volta, ero solo» scrive nella sua autobiografia “Una porta nel cielo” scritta nel 2001 con Enrico Mattesini, l’editore di Limina scomparso nel 2013. «Quel rigore l’ho tirato ancora, tante volte. In sogno, nel corridoio di casa, perfino in televisione. Ho sempre segnato (…). Terminato il sogno, mi sorprendo sorridente, come se avessi segnato sul serio».

A Firenze era di Firenze – Era di tutti ed era solo Baggio, un po' come quattro anni prima, con la maglia della Juve in quello che era stato il suo stadio, il Franchi. Tra i fischi assordanti ha sentito la maglia tirare e visto l'arbitro indicare il dischetto. Non l'ha voluto tirare, però, quel rigore. E non per la paura di sbagliarlo, come poi farà De Agostini, perché non è da questi particolari che si giudica un giocatore. Perché non si tradisce una città che è scesa in piazza per trattenerti, con le vecchiette che lanciavano i vasi di gerani dai balconi contro i poliziotti. Al 68′ Maifredi lo toglie, Baggio si infila un giaccone anche troppo pesante, gli applausi si mischiano ai fischi e una sciarpa vola dalle tribune. Una sciarpa viola che Baggio raccoglie e tiene stretta mentre il Franchi lo acclama. «Baggio a Firenze era di Firenze. A Torino è di nessuno» scriveranno i giornali.

Per Firenze era un quadro degli Uffizi, un Michelangelo con quella stessa mitologia e cifra stilistica, il non finito, un talento che non basta sempre alle sue mani. E soprattutto con due ginocchia che non bastano per reggerne la grazia e dimostrano in maniera lampante quanto sia insostenibile la leggerezza di essere Robybaggio, tutto attaccato.

Finestre di dolore – Ragazzo sensibile che da piccolo piangeva quando sentiva passare le ambulanze, di lacrime ne ha piante tante dentro gli ospedali. «La mamma era il mio angelo – racconterà -. Quanto mi e stata vicina, quanto mi ha aiutato. In ospedale, dopo le operazioni, stavo malissimo. Non potevo prendere antidolorifici e il dolore mi trapassava il cranio. Una volta mi sono girato verso di lei, che mi stava accanto, e le ho detto: “Mamma, sto malissimo. Se mi vuoi bene uccidimi perché io non ce la faccio più”. Lei mi accarezzava: “Non fare lo scemo, eh? Dai dai, tornerai come prima. Più bello e più forte». «Non avevo voglia di uscire di casa e anche se mi fosse venuta pensavo che la gente mi avrebbe giudicato male: ‘guarda Baggio, invece di curarsi si dà alla bella vita’» scrive.

Il ritorno – Torna, bello e forte, e segna il primo gol in serie A, alla Maradona, a Napoli di fronte al Pibe de Oro. Cambia la vita, cambia il futuro del campione che si ritroverà a Bologna, in una città che lo adora, con un allenatore “collettivista” come Ulivieri che non lo ama, non lo vorrebbe, ma ha bisogno di lui e dei suoi 22 gol in stagione. E chiuderà a Brescia, con Mazzone, Guardiola e Pirlo.

Impressionista – È l'ultima incarcazione del campione che hanno sempre accusato di poca “cazzimma”, prima che De Laurentiis tornasse a renderla il centro del dibattito calcistico, di un campione che ha giocato sempre per come è. Sedotto dall'idea buddhista per cui «ognuno e` responsabile di quello che gli succede: tutto ciò che ti capita, è colpa o merito tuo», secondo un'affascinante banalizzazione del concetto del karma, ha chiuso col calcio il 16 maggio 2004. «Ho dato tutto» dirà. Non ne parla, non ne guarda, a parte quell'incarico di facciata di presidente del settore tecnico federale, lasciato dopo tre anni. Il calcio si fa e non si dice, l'arte non ha bisogno di commenti.

Come Mina o Greta Garbo – Non è nato per comandare o per pretendere. «Tutto arriva dentro di me a mia insaputa» spiegava dopo la conversione buddhista, anche in questo anticipatore. Il campione di tutti trasfigura nel mito, come Mina o Greta Garbo: una celebrazione dell'assenza. Di lui restano le magie e quelle mani unite dopo il capolavoro mancato contro la Francia a Saint-Denis, a far segno: tanto così. “A Baggio è mancato, per pochi centimetri, qualcosa” scrive Roberto Perrone, “non si tratta di classe, ma di compiutezza. In quei centimetri c’è tutto, sfortuna, infortuni, incomprensioni con gli allenatori, un rigore troppo alto e una parola di troppo. Baggio è diventato popolare nella fase finale della sua carriera perché è diventato l’uomo dei sogni”. Il manifesto di un'epoca. Il campione di tutti, anche nell'assenza.