C'era una volta l'Italia che aveva smesso di produrre calciatori di livello e che fossero in grado di emozionare gli appassionati di futbol del Belpaese. Quando? Fino a pochi mesi fa era diffusa l'idea che in Italia non vi fossero più calciatori forti, in grado di poter essere dei validi portabandiera della tradizione calcistica tricolore, invece ora siamo tutti concentrati sulla crescita di alcuni calciatori che si stanno prendendo le luci della ribalta in Serie A e sono già parte della Nazionale di Giampiero Ventura. Questo è la prima puntata di una rubrica che si chiama "Generazione Zero" nella quale parleremo di giovani poco considerati fino a qualche tempo fa ma che ora sono al centro delle settimanali discussioni calcistiche dello "stivale". Nella prima puntata abbiamo parlato di Andrea Belotti, questa volta, invece, cercheremo di capire a che punto è il percorso di crescita di Ciro Immobile.

La punta di Torre Annunziata è tornata o non se n'è mai andata? La stagione di Immobile, fino a questo momento, potrebbe dire che Ciro aveva solo bisogno di giocare con continuità: 19 reti in 30 presenze stagionali (2.598 minuti giocati). Ha saltato una gara sola perché squalificato, le altre le ha giocate tutte. Sta bene Immobile e non ha nessuna intenzione di fermarsi: i tifosi della Lazio lo chiamano "Ciro", come se fosse uno di famiglia, uno che sta a Roma da tempo. Si è preso subito l'affetto della sua nuova tifoseria grazie ai goal e alle prestazioni superbe di questi primi 7 mesi. La punta titolare della squadra biancoceleste è lui e Inzaghi non ci rinuncia mai: corre, lotta, segna e fa segnare ed è un punto di riferimento anche per la Nazionale di Giampiero Ventura. Potrebbe essere la stagione che lo rilancia definitivamente? Rilanciare da cosa? Per poter muovere una critica vera a Ciro Immobile bisognerebbe analizzare, dati alla mano, quanto è stato utilizzato nelle ultime 3 stagioni dai suoi club: la verità è che Ciro non se n'è mai andato, aveva solo bisogno di giocare e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Esce Del Piero, entra Immobile.

L'attaccante di Torre Annunziata, dopo aver fatto tutte le giovanili a Sorrento ed essere stato respinto ai provini di diverse squadre, viene acquistato all'età di 17 anni dalla Juventus. Immobile diventa un punto fisso della Primavera bianconera e nel 2009 è uno degli artefici della vittoria del Torneo di Viareggio con una doppietta in finale sulla Sampdoria.

Lo stesso anno fa l'esordio in prima squadra: era la Juventus di Claudio Ranieri, che sarebbe arrivata seconda alle spalle dell'Inter, e Immobile rileva Alessandro Del Piero al 90′ della gara contro il Bologna vinta per 4-1 dai bianconeri proprio grazie ad una doppietta del numero 10.

Chi si ferma è perduto.

Questo ragazzo del 1990 non ha mai trascorso più di una stagione nella stessa squadra. Potrebbe sembrare una sorta di inquietudine ma non è affatto così: le situazioni e i momenti hanno portato Ciro a non avere mai continuità con la stessa società. La Juventus non ha mai concesso una vera occasione a questo ragazzo che è stato costretto ad un continuo spostarsi per mettere in mostra le sue qualità. A soli 27 anni Immobile ha già giocato con tre maglie diverse in Serie A (se escludiamo quella bianconera), ovvero Genoa, Torino e Lazio. Dopo l'exploit con il Pescara in Serie B probabilmente un'occasione con la Vecchia Signora la meritava ma non è stato così e il suo passaggio al club più antico d'Italia ha portato il ragazzo all'ennesimo giro di giostra.

Zeman, Ventura e…Inzaghi.

Sono tre i tecnici che più hanno influito nella carriera di Immobile: Zdenek Zeman, Giampiero Ventura e, non ultimo, Simone Inzaghi. Dal boemo, Ciro, ha appreso, probabilmente, tutte le basi del gioco offensivo che gli vengono naturali ormai: quell'anno a Pescara è stato importante per la sua formazione come calciatore professionista e, per questo motivo, Ciro quando parla di Zeman non fa mai riferimento solo all'allenatore.

Nel periodo di Torino Ventura ha fatto crescere Immobile come uomo, prima che come calciatore: la vittoria del titolo di capocannoniere con la maglia granata è stata una conseguenza del rapporto che Ciro aveva con il suo allenatore, ora commissario tecnico della Nazionale, e il percorso che ha fatto quell'anno  è ben visibile anche a livello tattico, quando ha imparato a giocare con una punta al suo fianco (Cerci) e non più da attaccante centrale.

Da non sottovalutare, infine, il lavoro che Simone Inzaghi, suo allenatore da solo nove mesi, ha fatto con Immobile: da ex attaccante il neo tecnico dei biancocelesti ha prima approvato il suo arrivo e poi messo in condizione ottimale il suo numero 17 di essere decisivo. Il loro rapporto è ottimo, tanto che lo stesso Immobile si è detto sorpreso della preparazione e del modo di operare del suo mister: "Mi ha sorpreso, è molto preparato. Il binomio squadra e allenatore giovane sta funzionando e siamo molto contenti. Uno dei pregi di questa squadra è quello di aver fatto tornare la gente allo stadio". Come dargli torto.

Fallimento estero?

La storia che Immobile abbia totalmente fallito le sue esperienze fatte a Dortmund e a Siviglia andrebbe ridimensionata e osservata prendendo in considerazione diversi punti di vista. Quando è arrivato in Vestfalia, Ciro ha trovato una squadra in crisi che lottava per non retrocedere nonostante Jurgen Klopp contasse in rosa gente del calibro di Reus, Kagawa, Sahin, Mikhitarian, Gundogan e Aubameyang. Il ciclo di quello che viene riconosciuto come l'allenatore di riferimento della nuova classe di tecnici tedeschi era finito e di certo non era colpa sua. Nella prima stagione Immobile ha totalizzato 10 reti in 34 presenze, un bottino interessante se consideriamo la stagione giallonera nel complesso.

Dopo il Borussia è arrivata la brutta parentesi di Siviglia, questa sì ma non per colpa di Immobile. Ciro non è il calciatore ideale per la squadra andalusa e gioca soltanto 747 minuti realizzando 4 goal: il più ricordato è quello con il Real Madrid in un 3-2 incredibile al Sanchez-Pizjuan. Il suo rapporto con il club spagnolo si chiude dopo appena sei mesi: lo stesso attaccante di Torre Annunziata in un'intervista concessa a Mediaset Premium nella prima parte di questa stagione ha affermato che rimpiange solo il tempo perso a Siviglia: "Non era la squadra adatta a me".

Il ruggito di Ciro.

"Semò n'impasto de forza e volontà" cantano i tifosi allo stadio Olimpico quando entrano in campo i calciatori biancocazzurri e Ciro Immobile sembra incarnare proprio questi valori. Non si ferma mai, è uno degli attaccanti che corre di più in Serie A e grazie a questo suo continuo movimento la Lazio può variare le soluzioni offensive. Quando ha la possibilità di trovare la profondità Immobile diventa devastante ma è diventato funzionale anche con le difese che non gli concedono troppo campo alle loro spalle: si defila per raccogliere il suggerimento o fare il movimento che permette di smarcare una delle due mezze ali che si buttano in area e vanno ad occupare lo spazio lasciato da lui (da notare il movimento di Milinkovic-Savic nell'immagine seguente).

Dall'inizio di novembre ai principi di gennaio ha vissuto un periodo di magra ma si sta rifacendo con gli interessi ed è sempre più determinante per la sua squadra: le sue reti portano sempre punti alla Lazio (38 punti su 56) e, anche per questo motivo, Inzaghi non rinuncia mai a Ciro. I numeri parlano chiaro e con un’altra rete Immobile agguanterebbe Bruno Giordano, 18 reti nella stagione 1978/79, e si avvicinerebbe a Beppe Signori (24 nel 1995/96). Se quest'anno doveva essere un punto di svolta per la carriera di Immobile possiamo affermare, tranquillamente, che la punta campana ha superato la prova e ora sta solo a lui continuare a lavorare e dimostrare di essere quel talento prima decantato da tutti e poi rigettato solo perché non aveva dato seguito alle stagioni iper prolifiche altrove. È il momento di crescere e di dimostrare che nel mondo dei grandi, per Ciro Immobile, può e deve esserci spazio.