Dalla seconda categoria alla partita con il Real Madrid. Al Santiago Bernabeu. Contro i ‘galattici' e Cristiano Ronaldo. I miliardi e i Palloni d'Oro. Sarri metterà piede nell'arena alla sua maniera, inforcando gli occhiali, sfumacchiando sigarette per la tensione e indossando la tuta che tanto piace al suo presidente perché dice "l'abito buono è per i damerini". L'uomo di campo che usa parole di campo sfiderà Zidane parlando la stessa lingua: per ragionare di calcio non serve avere l'aspetto del dandy azzimato ma occorrono coraggio, fantasia, conoscenze tattiche, umiltà, voglia di studiare e rinnovarsi, sensibilità a sufficienza per arrivare al cuore dei calciatori e scuoterli fin dentro l'anima. "Non accetterò un atteggiamento timoroso" ha ammesso il tecnico in conferenza stampa. E ha ragione.

La forza delle merengues non è un alibi ma uno stimolo: si può perdere ma farlo con onore, combattendo. Si può fare la storia anche se il badget nemmeno è la metà di quello dei tuoi avversari; se di fronte a te hai campioni che in un giorno guadagnano quel che un onesto lavoratore porterebbe a casa dopo nemmeno un mese di ‘fatica'; se il tuo nome è nessuno e nessuno avrebbe mai scommesso su di te.

E adesso sei nel tempio del calcio e respiri il profumo di quel prato calcato da leggende. Non è un sogno, ma la realtà di un uomo che arriva dalla gavetta dei Dilettanti, ha lasciato l'impiego in banca e quattro amici al bar per coltivare una passione, s'è fatto da solo, con un pizzico di fortuna e ‘capa tosta', con la forza dell'ingegno e delle proprie mani, inciampando e rialzandosi.

A Napoli Sarri lo ha dimostrato e gli va riconosciuto: arrivava dal nulla della provincia e ha smussato il carattere volubile del ‘Pipita', trascinato gli azzurri a un passo dallo scudetto, li ha riportati in Coppa, ha dato alla squadra personalità e identità di gioco precise, esibito abilità nel modulare gli schemi e trarre il meglio dai calciatori a disposizione. Ha incassato il tradimento di Higuain – il figlio prediletto che gli ha voltato le spalle – e la perdita di un top player, ha sorriso di rimando alla malasorte che gli ha sottratto Milik sul più bello, ha ricamato addosso a Mertens la maglia di ‘vero nove' facendo di lui – un'ala che non aveva il posto fisso – uno dei bomber più profilici in Europa.

Non importa come andrà a finire, non è questo ciò che conta adesso. Non c'è alcun segreto particolare dietro le quinte ma solo il lavoro di un uomo che ha conquistato il diritto di essere al centro della scena, sul palco e sotto i riflettori nonostante non li ami, in uno stadio che è una cattedrale. A bussare alle porte della storia oppure a buttarla giù a spallate. Auguri, Sarri, simbolo di un'Italia silenziosa che non molla e non ama l'apparenza, troppo spesso dimenticata. Tutto questo lo ha meritato.