Molto più di un gioco. Quando il calcio, passione che unisce e divide, si scontra con la storia, con le bombe, quando la paura vera squarcia il velo e rivela la fragilità dei timori per una sconfitta, il pallone cambia naura. Così in una notte di paura e delirio, a Dortmund il “beautiful game” illumina un futuro possibile, un'essenza più alta, e a Torino conserva un piccolo provincialismo mai così stonato.

L'esplosione: attacco al Borussia.

Doveva essere solo una sera di festa anche a Dortmund. Ma alla musica della Champions League si sono sostituite le tre esplosioni contro il pullman del Borussia, secondo la polizia tedesca bersaglio effettivo dell'attacco. La Polizia tedesca parla di tre ordigni "abbastanza pericolosi", posizionati in una siepe nei pressi dell'Arrivée Hotel, l'albergo dove si trovava la squadra, e Die Welt accenna anche ad un quarto ordigno, inesploso. L'esplosione ha ferito Marc Bartra, che è stato operato in serata per ridurre una frattura al polso e rimuovere schegge di vetro dal braccio. Le autorità, secondo diverse fonti, stanno cercando una vettura immatricolata all’estero. La polizia ha anche trovato una lettera che. ha spiegato il magistrato Sandra Lücke, “si assumerebbe la responsabilità dei fatti, della quale però bisogna ancora verificare l'autenticità. Il capo della polizia Gregory Long ha parlato di attacco mirato alla squadra e di attentato, ma non ha mai fatto riferimento a possibili moventi terroristici.

Basta un hashtag: #bedfortheawayfans.

In una Germania già colpita dalla strage del mercatino di Natale a Berlino, quel che è successo dopo l'annuncio del rinvio della partita (si gioca oggi alle 18,45, con misure di sicurezza rinforzate), è la poesia del calcio. Senza retorica, un'intera città dopo il tweet lanciato dal Borussia si muove per accogliere le migliaia di tifosi francesi per la notte. Hanno tutti lo stesso identico umore, solo la divisa di un altro colore. L'hashtag #bedforawayfans, un letto per i tifosi ospiti, in poche ore supera i 25 mila retweet e si accompagna all'offerta della Ligue 1 di garantire 80 euro ai sostenitori del Monaco per una notte in hotel.

“Il mondo del calcio unisce” scrive un tifoso francese che ha trovato ospitalità a Dortmund. I social si riempiono di foto che danno la misura di come un gesto così normale oggi sia così eccezionale. Si vedono ragazzi che non si conoscevano e che magari si ritrovano a uscire insieme la sera, tifosi del Borussia e del Monaco seduti alla stessa tavola (#tableforawayfans, aggiunge un tifoso, “sono tutti affamati”), o in un salotto a bere birra insieme, o ancora su un divano con sulle spalle, mescolate, le sciarpe delle due squadre. “Se qualcuno ha ancora bisogno di un posto per dormire a Dorttmund stanotte, non esiti a contattarmi” scriverà il giornalista Thomas Thiel.

Lezione di umanità.

Scene normali da una serata che normale non è, scene di ordinaria straordinarietà dalle case di Dortmund. L'iniziativa spontanea #bedforawayfans scatena anche qualche isolata ironia non sempre di buon gusto (c'è chi scherza su Josef Fritzl, c'è un tifoso iraniano del Persepolis che chiede un letto per un weekend in Germania) ma anche questo dà la misura della lezione di umanità e di gestione dei social media che arriva dalla Westphalia.

Potere del web e dei piccoli gesti che cambiano la storia. Potere di una società e di una città che si attivano, potere della paura che non vince. Per una sera, al Westfalenstadion, o Signal Iduna Park per amor di sponsor che ne ha acquisito i naming rights, non si è visto il muro giallo dei tifosi di casa. Si vedono i tifosi ospiti all'interno dell'impianto inneggiare al Borussia e cantare “Dortmund, Dortmund”. Sarà anche semplice, ma è il meglio, il massimo che potessero fare perché l'empatia prendesse forma, perché l'unione diventasse forza. This is your song, è una canzone per voi, per loro, perché la follia non distrugga il gioco più bello del mondo. “E' stato un momento fantastico” ha detto Jan Åge Fjørtoft, attaccante norvegese per tre anni all'Eintracht Francoforte.

Nessuno ha perso la calma.

Nessuno, soprattutto, ha perso la calma. “Complimenti a tutti quelli che erano allo stadio” si legge in un tweet della polizia locale di ieri sera, “quasi tutti hanno lasciato lo stadio senza problemi e sono sulla via di casa”. I complimenti arrivano anche dal chief executive del Borussia, Hans-Joachim Watzke, perché “i nostri sostenitori hanno affrontato la situazione ragionevolmente, obiettivamente, efficacemente”.

Oggi, ha ammesso, non sarà facile per la squadra ritrovarsi e mettersi alle spalle gli eventi, non sarà facile di nuovo concentrarsi solo sul calcio e sulla sfida contro una delle rivelazioni di questa Champions League capaci di una lezione di tattica offensiva e difensiva al Manchester City di Guardiola. “E' una situazione estremamente difficile” ha detto il presidente Reinhard Rauball, “ma i ragazzi sono dei grandi professionisti e sono convinto che daranno il meglio”. Ha chiesto alla squadra di vincere, anche perché sarebbe l'esito peggiore per chi ha voluto questo attacco, qualunque siano le motivazioni, distortamente sportive (come fu nel caso dell'accoltellamento di Monica Seles ad Amburgo nel 1993 da parte di un “tifoso” ossessivo di Steffi Graf) o terroristiche. Vincere come reazione a chi, per qualunque motivo, ha voluto la paura. Vincere per i tifosi che, comunque, con un gesto naturale e speciale, hanno già vinto il rispetto del mondo.

Gagliardini allo Stadium: l'attacco dei tifosi.

Eppure, proprio in una sera in cui il mondo guarda a Dortmund per una speranza in più, nella Milano dal respiro mittleuropeo e cosmopolita c'è chi non va oltre le piccole beghe di casa. In un altro momento, in un altro contesto, certo, la presenza di tre amici allo Juventus Stadium sarebbe passata inosservata. In una settimana che non fosse quella del derby, la decisione di Gagliardini di andare a vedere Juventus-Barcellona insieme agli ex compagni dell'Atalanta Spinazzola e Caldara (promessi alla Juve) sarebbe stata forse presa per quel che è: la voglia di un ragazzo di esserci per un evento seguito e celebrato in tutto il mondo, il desiderio di un giovane calciatore di successo di assistere a una partita che ha unito in collegamento tv mezzo pianeta. Non ha sciarpe al collo, di nessun colore, eppure i tifosi interisti attaccano il giovane ma già gagliardo, nomen omen, che ha alzato la voce contro Ausilio che parlava di un'Inter presuntuosa a Crotone.

Un paradosso rivelatore.

In un altro momento, in una serata diversa, gli attacchi a Gagliardini (c'è chi gli dà del ridicolo e chi vede nella sua presenza allo stadio il segno di un amore segreto per la Juventus e il desiderio in fondo di giocare per i bianconeri) sarebbero passati anche più inosservati.  Ma è il tempo, il momento ad essere sbagliato. Per gli interisti, è quanto meno poco furbo che si faccia vedere lì prima del derby. Per chi guarda, nella serata in bianco(e)nero, nel chiaroscuro del trionfo luccicante della Juve di Allegri e della paura che unisce a Dortmund, questo piccolo cerchio di voci è una nota ancor più stonata.

La gente di Dortmund ha ricordato che il calcio è normalità, che la passione per il calcio può avere colori diversi ma non può avere barriere, non può avere confini. E insieme, purtroppo, ha ricordato che la normalità è ormai una rarità, quasi dimenticata. Il senso di comunità oggi si polverizza in una società che si ammira in frantumi di specchi e si rinchiude negli orti chiusi per una paura che non conosce nome e nemico. Per questo fanno notizia sia i tifosi che aprono la porta di casa ai sostenitori avversari, sia quelli che condannano un giocatore perché è andato a vedere una partita di Champions League trasmessa in 21 Paesi e quattro continenti. Due storie che sarebbero normali, in uno scenario e in un'epoca diversi. Due eventi che nell'Europa dei muri, nell'Italia dei campanili e degli orticelli da difendere, rompono un canone e confermano quanta strada ancora ci sia da fare. Ma ogni passo avanti è un passo in meno nella speranza di costruire una stagione in cui tutto questo non sia più notizia. In cui essere normali, essere umani, non sia più un'impresa eccezionale.