Sulle oltre 7mila scuole calcio registrate recentemente in Italia ed i circa 300mila ragazzini che ogni anno si iscrivono e giocano con la speranza di poter vivere con un pallone fra i piedi ed emulare le gesta dei propri beniamini, solo 1 su 5mila riuscirà poi a diventare professionista. Una statistica molto indicativa che evidenzia come sia difficile, ma allo stesso tempo straordinariamente bello e gratificante, riuscire a realizzare il sogno di arrivare ad esordire in Serie A.

In più, a questi "pochi" privilegiati che, con etica del lavoro, grinta e dedizione, ce l’hanno fatta con ricche, prospere e lunghe carriere nelle migliori serie nazionali, vi sono dei ragazzi ancor più fortunati che hanno realizzato, per le strane coincidenze del fato, il sogno di giocare insieme agli idoli della loro infanzia, della loro adolescenza.

Pirlo-Baggio, un’intesa divina.

Nei suoi anni nelle giovanili del Flero, squadra della sua città natale, e poi nella Voluntas prima di passare al Brescia, Andrea Pirlo si ispira ad un solo calciatore: il pallone d'oro italiano Roberto Baggio. Questa passione per il fantasista di Caldogno nasce non solo dall'eleganza, dalla classe e dall’efficacia in campo del "Divin Codino" ma anche da comuni aspetti tecnici, come la voglia di diventare una estrosa mezzapunta e un letale cecchino dalla distanza su punizione proprio come lui. Aspetti simili, emulazioni continue che avranno poi un analogo destino nelle stagioni 1998/99 con l’Inter e 2000/01 col Brescia. In queste annate, infatti, due dei migliori talenti del nostro calcio, Baggio e Pirlo, hanno vestito la stessa casacca giocando insieme 15 gare in nerazzurro e 6 partite con la compagine di Carletto Mazzone. Sei gare che però, bastarono a far arrivare il sodalizio lombardo al settimo posto della Serie A e ai due di confezionare una magnifica rete al Delle Alpi contro la Juventus con lancio di 50 metri del regista arretrato Pirlo e stop a seguire, con annesso dribbling, di Baggio ai danni dell’estremo difensore bianconero Van der Sar.

NeyRobi

Neymar-Robinho, le gioie Santistas.

Pelé era cronologicamente troppo lontano, le sue gesta, quasi una narrazione distante, staccata e priva di tante documentazioni audiovisive. Ad accomunare Neymar e la “Perla nera” però, oltre all’iniziale militanza nelle fila del Santos e alla speranza dei tifosi santistas di un destino simile con la maglia bianca del club Peixe anche un soprannome simile per assonanza da "O Rei" a "O Ney". A parte questi aspetti però, Neymar aveva avuto un altro idolo incontrastato nella sua crescita adolescenziale: l’ex Milan e Real Madrid Robinho. Un modello a cui tendere da studiare bene e cui attingere nei movimenti felpati, nelle movenze e, soprattutto, nei dribbling. Dal gennaio del 2010 poi, i due riusciranno, sempre in maglia Santos, a giocare insieme con 22 gare disputate fra Brasileirao, torneo Paulista e Coppa brasiliana (questi ultimi entrambi vinti).

Oscar Kakà

Oscar e Kakà un’ammirazione verde-oro.

In altre occasioni il sogno di giocare con il proprio beniamino non si avvera in un club ma addirittura, cosa ancor più preziosa e soddisfacente, con la maglia della nazionale del proprio paese. Una storia, questa, capitata al talento carioca Oscar (recentemente balzato agli onori della cronaca per il suo trasferimento milionario allo Shanghai Sipg) nel 2012. E sì perché il ragazzo cresciuto nella stessa squadra (il San Paolo) del suo idolo Kakà, ha sempre dichiarato di ispirarsi all’ex pallone d’oro rossonero per il quale il nativo di Americana ha nutrito grande stima ed ammirazione. Un’ammirazione così profonda che ha avuto la sua degna “sublimazione” quando a Malmo, l’11 ottobre 2012, nella Seleçao di Mano Menezes contro l’Iraq, i due hanno giocato per la prima volta insieme con la maglia verdeoro realizzando, fra le altre cose, 3 reti nel 6-0 totale. Un sodalizio di estro e fantasia che è poi proseguito per altro tempo, sempre, con la maglia del Brasile.

lukakudrogba

Lukaku, il 2012 e le orme di Drogba.

Per ogni attaccante di colore proveniente dall’Africa uno dei modelli cui ispirarsi, in anni recenti, non può non essere l’ivoriano Didier Drogba. Su questa falsariga ha preso le mosse la crescita calcistica del belga, di origini congolesi, Romelu Lukaku. L’attaccante, ora all’Everton, infatti, durante la sua adolescenza, al Lierse prima e all’Anderlecht poi, ha manifestato, anche per lo stesso ruolo, somiglianti tratti somatici ed una simile imponente struttura fisica, tutta la sua “devozione” al bomber ex Galatasaray. Una crescita ed una venerazione peraltro, vissute da vicino nella stagione 2011/12 (quella della Champions vinta dai Blues per intenderci), quando i due hanno vestito la maglia del Chelsea con però solo 43 minuti in campo insieme contro il Norwich alla terza giornata di campionato (3-1) ed il Blackburn all’ultima (2-1).

Kovacic Modric

Kovacic-Modric, imitazione e venerazione.

Nove anni di differenza si frappongono fra Modric e l’ex Inter Kovacic, per il resto, carriera da enfant prodige compresa e comune militanza alla Dinamo di Zagabria le analogie sono tante, tantissime con ques’utlimo profondamente “innamorato” del più grande idolo nativo di Zadar. Anche in questo caso, il proprio modello di riferimento ha segnato movenze, tempi della giocata e caratteristiche tecniche con Kovacic che, imitando l’immenso Luka, ha riempito la sua carriera di discese palla al piede e sortite offensive dal centrocampo all’attacco. Un metaforico “inseguimento” sulle orme dell’illustre predecessore e sui fondamentali del football che hanno portato poi i due a giocare, oltre che nella talentuosa nazionale croata, anche nel Real Madrid di Benitez prima e di Zidane poi, conquistando nel maggio scorso a San Siro, rigorosamente insieme, la Champions League.