[…] Perché se volete capire cosa ci guadagnano i barbari a eliminare Baggio, dovete capire con che cosa lo sostituiscono. Nel calcio, per chi ne capisce qualcosa, questo è inscritto molto chiaramente. Se rinunci a Baggio è perché ti sei immaginato un sistema di gioco meno bloccato, in cui la grandezza del singolo è per così dire ridistribuita su tutti, e in cui l'intensità dello spettacolo è diffusa. Nei limiti di un gioco di squadra, il vecchio calcio viveva di molti duelli personali, e di una sostanziale divisione dei compiti. Il calcio moderno sembra essersi intestardito a spezzare questa parcellizzazione di senso, creando un solo evento a cui tutti, costantemente, partecipano. […] La medietà è veloce. Il genio è lento. Nella medietà il sistema trova una circolazione rapida delle idee e dei gesti: nel genio, nella profondità dell'individuo più nobile, quel ritmo è spezzato. Un cervello semplice trasmette messsaggi più velocemente, un cervello complesso li rallenta. Zambrotta fa girare la palla, Baggio la fa sparire. Magari ti incanta, certo, ma è il sistema che deve vivere, non lui. […].

(I barbari, "Li ho visti abbracciarsi, da lontano", Alessandro Baricco, 15.06.2006)

Roberto Baggio non è stato un semplice giocatore. Roberto Baggio è stato una religione, un sentimento mai sopito nelle menti di milioni di tifosi e appassionati di calcio che avrebbero pagato pur di vederlo giocare con la maglia della loro squadra del cuore. Nonostante questo grande affetto, intorno al numero 10 italiano più apprezzato della storia del dopoguerra c'è un sentimento di nostalgia e rimpianto per quello che è stato e poteva essere. Baggio, dopo il suo addio, ha lasciato un vuoto che non è stato colmato nemmeno da due grandi numeri 10 come Alessandro Del Piero e Francesco Totti. La sua ‘intelligenza calcistica superiore' è stata riconosciuta in tutto il mondo ed è stato l'eroe che dopo le cadute è sempre riuscito a rialzarsi. Si è ritagliato lo spazio in un periodo in cui i calciatori come lui sono stati messi pian piano da parte per dare spazio all'organizzazione e alla rigidità tattica e ha mostrato a tutti che il talento non si può ingabbiare ma deve essere messo in condizione di esprimersi.

#robertobaggio, nell'era del 2.0, sarebbe stato un hashtag perfetto da utilizzare ogni domenica ma lui non ha mai amato troppo i riflettori e, mentre molti suoi ex compagni di squadra e di nazionale fanno capolino in tv, avrebbe lasciato agli altri, con molta tranquillità, anche questo nuovo modo di comunicare. Lui preferisce starsene nella sua casa di campagna e, nonostante questo, il suo nome è sempre presente ovunque un pallone rotoli, che sia uno stadio di 80mila persone o un campo di provincia.

Da San Siro a San Siro.

L'inizio della carriera di Baggio è stato un mix di infortuni e ricadute che lo portano a stare fuori per diverso tempo. All'inizio della stagione 1985/1986 arriva nel ritiro della Fiorentina con le stampelle e le prime due stagioni sono un calvario ma la terza è l'inizio della scalata. A volte sono i palcoscenici che scelgono i loro attori, altre volte è il contrario. Alcuni dei momenti più importanti della carriera del ragazzo di Caldogno si sono consumati allo stadio Giuseppe Meazza di Milano, la Scala del calcio italiano, e hanno lasciato un segno indelebile nella storia sua e del nostro calcio.

La nascita di una stella.

La scalata alla vetta del calcio mondiale inizia il 20.9.1987: a San Siro si gioca Milan-Fiorentina e la squadra viola vince per 2-0 grazie alle reti di Ramon Diaz e Roberto Baggio. Quel meraviglioso goal lo incorona degno erede della 10 di Giancarlo Antognoni: partenza in solitaria da metà campo, dribbling sul portiere e comodo appoggio in porta. Subito dopo il giovane vicentino si inginocchia davanti alla curva, quasi a voler mostrare bene il suo volto. Quel giorno nasce il "fenomeno Baggio". Per il Milan, guidato da Arrigo Sacchi, quella è stata la prima di due sconfitte in quel torneo: la squadra rossonera sarebbe diventata campione d'Italia per l'undicesima volta e avrebbe iniziato il suo periodo di dominio in Italia e in Europa.

Una notte Real.

Un Meazza stracolmo accoglie il Real Madrid campione d'Europa che comanda il Gruppo C con 9 punti. L'Inter insegue con 7 e ha un solo risultato possibile: la vittoria. Clarence Seedorf al 59′ riporta in parità il match dopo il vantaggio interista di Ivan Zamorano ma al minuto 68 entra Roberto Baggio, proprio per il cileno, e come d'incanto la gara diventa poesia. A distanza di 5 minuti realizza due reti che fanno esplodere lo stadio e regalano all'Inter la vittoria che vuol dire testa del girone. Il 10 interista fa impazzire i giocatori merengues che provano a fermarlo in tutte le maniere ma lui sembra viaggiare su un'altra frequenza. Dribbla, lancia, calcia in porta, fa goal, lotta con i compagni e li guida al trionfo.

Rimane all'Inter solo due stagioni perché la squadra nerazzurra ingaggia Marcello Lippi, con cui non ha un grande rapporto dai tempi della Juventus. Nella sua autobiografia Baggio critica molto l'allenatore viareggino: "Non è neppure un nemico. È solo una persona che non stimo, come lui non stima me". Il rapporto tra i due è degenerato verso la fine della stagione1999/2000 ma, nonostante ciò, Roby lascia i nerazzurri, e Lippi, con una fantastica doppietta nello spareggio per accedere alla Champions League.

L'ultima in A: "Ho dato tutto. Non ho rimpianti"

È il 16 maggio del 2004 e a San Siro c'è Milan-Brescia. La partita finirà 4-2 per i rossoneri ma nessun ricorderà mai il risultato perché quella è stata l'ultima gara di Roberto Baggio in Serie A. Lo stadio milanese è pieno di gente accorsa per questo storico evento e quando Carlo Mazzone richiama in panchina il suo numero 10 parte un lunghissimo e caloroso applauso che è difficile da dimenticare. Baggio è sereno, tranquillo. Esce dal campo applaudendo il pubblico e cammina verso l'uscita dal rettangolo verde. Non resta in panchina.

Quando arriva nello spogliatoio, con il coro a lui dedicato in sottofondo, sono solo lui e lo storico manager Vittorio Petrone a cui affida le prime parole da ex calciatore: "Ho dato tutto. Non ho rimpianti". La moglie Andreina, la figlia e lo stesso Petrone affermano lo stesso concetto: "Eravamo più dispiaciuti noi di lui". Nonostante la passione ne aveva più e ne era cosciente. Molto più di quelli che lo circondavano.

La B2 e l'addio alla Viola.

Del periodo con la Fiorentina, la stagione 1988/1989 viene ricordata con più affetto perché è quella della "B2". Tranquilli, non si tratta di un'organizzazione paramilitare ma della sigla che identifica la coppia d'attacco della Fiorentina che quell'anno è formata da Roberto Baggio e Stefano Borgonovo. I due giovanotti realizzano 29 dei 44 goal totali messi a segno dalla squadra di Sven Goran Eriksson che si piazza al settimo posto in campionato, con conseguente qualificazione alla Coppa Uefa dopo la vittoria dello spareggio contro la Roma (1-0).

L'ultimo anno di Baggio alla Fiorentina coincide con la stagione che porta al Mondiale italiano e alla cessione alla Juventus per 25 miliardi di lire. Il grande autore del passaggio alla Juventus del Divin Codino è Antonio Caliendo. Si tratta del primo agente che è riuscito a far firmare, nel 1977, la prima procura di un calciatore. Se vogliamo azzardare un paragone, potremmo definirlo il "Mino Raiola degli anni '70/'80". Il procuratore non si è mai tirato indietro e, a parte la surreale conferenza stampa passata alla storia con gli ultras viola in strada che danno fuoco ai cassonetti, a distanza di anni ha confessato di essere stato l'uomo che ha portato a Torino il ragazzo di Caldogno: "Non potevo permettere che Baggio finisse come Antognoni, la cui unica vittoria è arrivata grazie alla Nazionale".

Quel distacco è stato difficile per entrambe le parti e, nella sua autobiografia "Una porta nel cielo", Baggio ha ammesso di essere stato l'ultimo a sapere dell'accordo tra la Fiorentina e la Juventus: "Non me ne sono andato: mi hanno mandato via. Pontello aveva già preso accordi con Agnelli, mi aveva venduto l’estate prima".

Il Pallone d'Oro.

Il riconoscimento individuale più importante del calcio non si vince per caso, tranne in alcune situazioni. Nel 1993 Roberto Baggio diventa il quarto italiano a portare a casa il Pallone d'Oro dopo Omar Sivori, Gianni Rivera e Paolo Rossi. Alla sua terza stagione con la Juventus il Divin Codino sembra essere stufo di arrivare secondo o accontentarsi di complimenti senza vincere nulla. In Italia c'è l'inarrestabile Milan di Fabio Capello e la corsa scudetto è persa in partenza. Baggio segna 21 reti in 27 presenze e nella classifica cannonieri si piazza dietro solo a Beppe Signori che ne realizza 26.

Se in Serie A non c'è partita, altra storia è la Coppa Uefa. È lui l'uomo che permette ai bianconeri, guidati da Giovanni Trapattoni, di vincere per la terza volta il trofeo continentale sfoderando prestazioni superbe in semifinale contro il Paris Saint-Germain e in finale con il Borussia Dortmund. La bellezza e l'efficacia delle sue giocate incantano la giuria di France Football: viene eletto miglior giocatore dell'anno con 142 voti davanti a Dennis Bergkamp (83) ed Eric Cantona (34).

Il sogno azzurro.

La maglia della Nazionale è, probabilmente, quella con cui Roberto Baggio si è identificato più nella sua carriera da calciatore. Una seconda pelle. Quello che accade quando il Divin Codino indossa la divisa azzurra è qualcosa di magico ma, allo stesso tempo doloroso, perché la vittoria è sempre rimasta lì, ad un passo. È stato l'unico italiano capace di andare in goal in 3 edizioni diverse dei Mondiali (Italia '90, USA '94 e Francia '98) ma non è mai riuscito a coronare il sogno di vincere una competizione con la maglia azzurra. Tutto questo sembra un segno del destino se pensiamo che la Nazionale italiana è riuscita a trionfare prima del suo esordio (Spagna 1982) e dopo il suo ritiro (Germania 2006). Roba da perdere la testa.

Al Mondiale di casa e a Francia '98 non è l'uomo più atteso ma risulta fondamentale per il cammino azzurro mentre al torneo americano ci arriva come star annunciata. Dall'approdo negli States a quel maledetto rigore di Pasadena, passando per "ma questo è pazzo" rivolto ad Arrigo Sacchi durante Italia-Norvegia, lui è l'uomo del momento e non tradirà i suoi fans. Non inizia benissimo l'avventura americana ma si prende la scena dalla gara con la Nigeria e, da quel momento in poi, non ci sarà spazio più per nessuno nelle discussioni legate al Mondiale: goal, giocate e movenze da leader vero che fanno innamorare il mondo del suo talento. L'epilogo di quel torneo è ben noto a tutti e Roberto Baggio, dopo aver superato l'iniziale shock, afferma che "i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli" parafrasando quell'enorme cantautore romano che canta "non è mica da certi particolari che si giudica un giocatore".

È sempre mancata l'ultima pennellata per completare il quadro: la semifinale di Napoli, i rigori del '94 e la palla fuori di pochi cm in Francia lo hanno sempre stoppato alle porte del paradiso. Tutto questo viene, parzialmente, scacciato via dal meraviglioso saluto che lo stadio Ferraris di Genova gli tributa la sera della sua ultima gara con la Nazionale. Al minuto 41′ della ripresa Giovanni Trapattoni gli concede la standing ovation e l'emozione, questa volta, tradisce anche lui.

"Buddha non gli evita i calci, ma lo aiuta a sopportarli"

Eduardo Galeano nel suo meraviglioso libro "Splendori e miserie del gioco del calcio" ha decritto così Roberto Baggio e il calvario dei suoi infortuni

In questi ultimi anni nessuno ha offerto agli italiani tanto buon calcio e tanti argomenti di discussione. Il calcio di Roberto Baggio possiede un mistero: le gambe pensano per conto loro, il piede spara da solo, gli occhi vedono i gol prima che questi si materializzino.

Tutto Baggio è una gran coda di cavallo che avanza scacciando la gente in un elegante andirivieni. Gli avversari lo aggrediscono, lo mordono, colpiscono duro. Baggio porta messaggi buddisti scritti sotto la sua fascia di capitano. Buddha non gli evita i calci ma lo aiuta a sopportarli. Dalla sua infinità serenità, lo aiuta anche a scoprire il silenzio, al di là del frastuono delle ovazioni e dei fischi.

La tabella degli infortuni del Divin Codino in carriera.

  • MAGGIO 1985 – Rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro
  • SETTEMBRE 1986 – Lesione al menisco del ginocchio destro
  • NOVEMBRE 1992 – Frattura di una costola
  • GIUGNO 1994 – Tendinite
  • SETTEMBRE 1994 – Pubalgia
  • NOVEMBRE 1994 – Lesione al tendine del ginocchio destro
  • MAGGIO 1995 – Distorsione al ginocchio sinistro
  • GENNAIO 2002 – Rottura del legamento crociato anteriore e lesione del menisco interno del ginocchio sinistro

"Questo è stato più forte di te"

Pep Guardiola, oltre ad aver giocato insieme a Baggio ai tempi dei Brescia, è convinto che sia stato il calciatore più forte con cui ha mai giocato. L'allenatore catalano durante il suo periodo a Barcellona invita Roby al Nou Camp e quando negli spogliatoi incontrano Andres Iniesta, non proprio l'ultimo arrivato, Pep afferma: "Questo è stato più forte di te". L'attuale manager del Manchester City ha sempre avuto una sorta di devozione nei confronti del Divin Codino e ricorda sempre che "con Roby tutto era poesia, vinceva le partite da solo".

Le cinque parole.

Passione, gioia, coraggio, successo e sacrificio. Sono questi i punti cardini su cui Roberto Baggio ha basato la sua carriera e su cui ha lavorato sempre. Non si è mai tirato indietro e ha saputo difendere la sua libertà, professionale e umana, anche a costo di rimetterci personalmente. Un'anima libera che ha vinto poco rispetto al suo reale valore ma che ha dimostrato sul campo di essere tra i più forti calciatori di sempre. La sua assenza dai palcoscenici, calcistici e non, lo rende ancora più vivo quando si parla di povertà di talento e di mancanza di qualità, a volte in maniera errata, nel nostro calcio.

La verità è che non avremo più calciatori come il numero 10 di Caldogno perché, come diceva Aldo Agroppi, "nei suoi piedi cantano gli angeli". Il calcio è cambiato, ingabbia l'estro e la fantasia al punto che porta a modificare il modo di giocare i calciatori più talentuosi pur di rimanere ad alti livelli. Questo è proprio quello che lui non ha accettato, nonostante i grandi mezzi a disposizione, e per questo motivo "da quando Baggio non gioca più, non è più domenica". Buon 50° compleanno a Roberto Baggio, il fuoriclasse di tutti.