Quando venne ufficializzato dalla Juventus, il tifo bianconero si riversò in piazza protestando e inveendo contro Massimiliano Allegri. Il suo passato rossonero gli impediva di entrare nella storia juventina, la scelta era sbagliata, il dopo Conte non poteva iniziare con l'allenatore ‘nemico' tanto inviso sulla panchina del Diavolo. "Acciughino" non ha badato a loro, ha lavorato e oggi a distanza di due stagioni  e mezzo si è preso le proprie rivincite con gli interessi: scudetti a ripetizione, Supercoppa Italia, Coppa Italia, una finale di Champions League (persa) e l'attuale stagione in cui la Juventus sta accarezzando in modo assai concreto il sogno del Triplete.

Pragmatico e antipatico – Il 3-0 dello JStadium ai marziani azulgrana di Luis Enrique è stata l'apoteosi del pragmatismo di Allegri: uomo schietto, pungente, non certo simpatico. Ma sicuro delle proprie idee e dalla lingua sempre pungente, di una toscanità che fuoriesce sia nelle conferenze pre e post gara che in campo, quando si deve far capire dai propri giocatori. Allegri non è certo un uomo copertina, evita le platee così come quasi mai si dimostra affabile davanti ai microfoni.

Vincere, l'unica cosa che conta – Una Juventus forse che non entrerà negli annali della storia per il bel gioco, lo spettacolo, il divertimento ma che sta segnando un ‘epoca bianconera costellata di successi e di speranze tornate vive dopo anni di attesa.  Dopotutto, come dice ‘Acciughino', "chi vuole lo spettacolo vada al circo", alla Juventus l'obiettivo principale è conquistare i risultati che servono. Lo si è visto nel doppio match contro il Napoli in Coppa Italia, negli scontri diretti in campionato, ieri sera in Champions League.

Lezione a Luis Enrique – La straordinaria impresa di martedì notte in Champions League non è stata tanto – o non solo – l'aver dimostrato al mondo di poter competere alla pari con una squadra che nell'ultimo decennio ha dettato legge in patria e in Europa, con una prova fatta di disciplina tattica, forza mentale, pragmatismo e tanta qualità in campo. La Juventus è stata superiore in tutto al Barcellona di un Luis Enrique che è parso senza idee e forze, come Messi e compagni.

Una Juve per 90 minuti amata da tutti – Il vero principale successo della Juventus di Allegri è aver fatto tifare per 90 minuti l'Italia intera, facendo dimenticare ai tifosi avversari il ruolo di club più antipatico. Davanti alle prodezze di Dybala, al colpo di testa chirurgico di Chiellini, alla parata di Buffon su Iniesta, tutti hanno esultato, applaudito, strappato un consenso e una approvazione, sotterrando ruggini e polemiche.

La vittoria di Allegri: attacco ad oltranza – La vittoria dello JStadium è stata la vittoria prima di tutto di Allegri. E' lui che ha messo in campo una Juventus d'attacco, non facendola mai arretrare nel baricentro inserendo Cuadrado, Alex Sandro, Pjanic, Mandzukic, Dybala e Higuain tutti insieme, tutti giocatori che non hanno nelle corde la famosa ‘fase difensiva' e preferiscono l'attacco ad oltranza. Una scelta che ha schiacciato le idee azulgrana, non ha permesso a Iniesta e compagni di ragionare, giocare in velocità, fraseggiare all'infinito per poi trovare lo spiraglio vincente.

Cambi giusti al momento giusto – E' stata la Juventus di Allegri a raccogliere i frutti migliori e anche una volta in chiaro vantaggio il merito del tecnico è stato quello di continuare sulla falsa linea, lasciando un assetto che ha messo spalle al muro il Barcellona. Proprio quando i catalani erano pronti a crescere nel possesso e nella pressione, approfittando del calo avversario nel finale, Allegri ha saputo effettuare i cambi corretti al momento corretto permettendo alla squadra di recuperare e non soffrire più di tanto davanti a Buffon. E' vero, il cammino è lungo e ancora il traguardo è lontano: ma Allegri ha preso decisamente la giusta rincorsa.