Massimiliano Allegri, che oggi compie 50 anni, è all’anno zero della sua carriera da allenatore. Dire questo del tecnico che ha vinto gli ultimi 3 scudetti e le ultime 3 Coppe Italia sembra più che azzardato.  A ben vedere però, nella stagione che sta per iniziare, Allegri si è preso sulle spalle un peso molto maggiore rispetto a quello che ha dovuto sopportare arrivando alla Juventus nell’agosto del 2014. In quel momento prendeva una squadra che aveva vinto già 3 scudetti e aveva un’impostazione tattica e un’anima fortemente marchiata dal suo allenatore, Antonio Conte. In quel contesto Allegri aveva il peso molto difficile da gestire di ricevere un’eredità e tramandarla negli anni successivi, ritoccando la squadra secondo le sue idee e soprattutto cementare un gruppo che intorno alla figura dell'ex allenatore aveva trovato una fortissima coesione, principio base per le vittorie italiane della Juventus.

In tre anni Allegri è riuscito a raggiungere grandi risultati. In primo luogo è andato oltre Conte e il contismo, ha dato una “calmata tattica” alla squadra, che ha abbandonato ad esempio il pressing furibondo che contraddistingueva l'impostazione precedente per un lavoro tattico molto più ragionato e fatto di sofisticati movimenti di squadra ad altissima precisione. Anche dal punto di vista “morale” la squadra non è quella della rivincita dopo gli anni del purgatorio post-Calciopoli, Allegri ha dato alla Juve una consapevolezza di forza inarrestabile, tassello di personalità fondamentale per le squadre vincenti.

L’immagine internazionale della Juve che con Conte non aveva. Non solo perché ha raggiunto in tre anni per due volte la finale di Champions League, ma per la capacità della squadra di affrontare tutti gli avversari migliori alla pari. Per tutti, la migliore partita della Juventus, e soprattutto la partita che ha creato una sorta di manifesto internazionale di quella che è la Juve di Allegri, è stata la gara di Barcellona della scorsa Champions League, quando ha disinnescato l’attacco atomico del Barça, lavorando sulle linee di passaggio e sui continui movimenti in fascia degli uomini di Luis Enrique. Quella partita ha mostrato al mondo la caratteristica principale della Juventus, una capacità difensiva che in pochi sono capaci di esibire.

La rivoluzione silenziosa. In terzo luogo Allegri è partito da Conte per superarne le idee tattiche e instillare in tutti i suoi calciatori le sue idee. Marchisio era l’anima tattica e di corsa del centrocampo, Lichtsteiner il grimaldello che veniva usato per creare scompiglio, Vidal il cuore dell’intera squadra. Allegri ha messo in panchina o lasciato vendere questi giocatori, affidando quei ruoli a interpreti molto diversi, come Pjanic, Dani Alves e Khedira.

Il ruolo consolidato nel futuro. Tutto sembrava continuare sempre verso l’alto, senza soluzione di continuità, ma questa estate Allegri ha voluto rilanciare il suo ruolo all’interno della società, imponendo scelte molto nette e rivoluzionarie. ‘Accettare' la cessione di Bonucci, con cui aveva litigato lo scorso anno, e di Dani Alves, vuole dire far sentire forte la propria presenza non solo da un punto di vista tattico e di atteggiamento. Con questa doppia mossa Allegri interviene in maniera chiara nelle decisioni generali della società e chiede di avere un ruolo centrale nelle scelte future. La società gli ha dato credito, oltretutto cercando e prendendo calciatori richiesti dall’allenatore come Bernardeschi, giocatore allegriano se ce n’è uno perché accanto alle ali pure l’allenatore ha sempre cercato una mezzala che sappia lavorare negli half-spaces, muovendosi come mezzapunta.

All-in nella stagione più difficile. Per questo motivo, come detto all’inizio, Allegri oggi si gioca tutto, ripartendo da zero. La Juve si fida di lui, vendendo e comprando secondo le idee tattiche e di gestione del gruppo dell’allenatore. Dovrà adesso di nuovo vincere e farlo con la sua decisa impronta.